Le guerre costano, e lo sapevano bene i sovrani del passato. Oggi l’Ue ci sta girando intorno con la storiella delle “spese militari”, ma il succo del discorso non cambia. Soprattutto passa attraverso l’introduzione della più antica imposta di scopo, ovvero la “tassa di guerra”. La nostra memoria non ha traccia alcuna di questo orrendo balzello. Anzi, abbiniamo il concetto di “tassa di scopo” a tutta una serie di tributi introdotti dalla Legge 296/2006 (Legge Finanziaria 2007), che ha permesso agli enti locali di finanziare la realizzazione di varie opere pubbliche: infrastrutture, parcheggi, scuole, riqualificazioni urbane.
Solo volando con la mente ai contratti di committenza dei signori del passato, siglati con ingegneri e architetti, si può rilevare che ponti, carri e infrastrutture belliche venivano finanziate con “tasse di scopo” pagate dai sudditi: bastevoli i contratti che Leonardo da Vinci siglava con Ludovico il Moro o con Cesare Borgia per la realizzazione di “infrastrutture militari”.
Le “tasse di guerra” le hanno pagate tutti i popoli, dagli ateniesi fino ai prussiani, passando per gli italiani post unitari e i francesi: solo il Borbone di Napoli e quello di Spagna risparmiavano al popolo questo supplizio, e perché avevano intelligentemente spostato la fiscalità sui traffici mercantili; come già in uso nelle nostre repubbliche marinare.
Purtroppo oggi sembrano prevalere le visioni prussiane ed asburgiche (nonché britanniche) ovvero che le “imposte di guerra” sono la tassa principe, quella che consente alle aristocrazie di perpetrare la nobile arte della guerra: volendo gli attori sono gli stessi principi dipinti sul cratere che commemora la loro partenza per Troia.
Certamente nessun governante dei paesi membri dell’Ue si prenderà, da buon valvassore della signora di Sassonia e Turingia, la responsabilità di ammettere d’aver introdotto “tasse di guerra”: quindi punterà il ditino contro Bruxelles (nuova Aquisgrana) esclamando “lo ha deciso la Commissione Europea”. Del resto, da una che si chiama Ursula von der Leyen non ci si può aspettare che un prosieguo delle politiche che furono di Federico II di Hohenzollern (detto Federico il Grande, vero fondatore del Secondo Reich) e della casa d’Asburgo.
E la storia ritorna anche con le proteste in quel di Praga, Bratislava e Budapest: dove i popoli si dichiaravano stufi di pagare le “tasse di guerra”. I signori di Vienna mandavano i loro emissari ad indagare tra locande e botteghe, per poi riferire che quella gente lavora guadagna e si gode la vita: quindi scattava la repressione contro chi non accettava il balzello di guerra. Venivano arrestati, fatti sfilare con zucche in testa ed esposti a sputi e lancio di verdure marce da parte di platee organizzate (antenati dei nostri leoni da tastiera).
Viktor Orbán e Robert Fico, coerenti con le tradizioni magiare e boeme, hanno ricordato all’Ue che non pagheranno “tasse di guerra”, che non accetteranno imposizioni gravose, e fino al punto di rompere con Bruxelles.
Intanto il governo italiano promette che impedirà speculazioni su energia e alimenti derivanti dalla guerra: ma qualcuno ricorda che l’Eni è dello Stato, e difficilmente un governo potrebbe obbligarla a calmierare i prezzi. Di fatto la Terza Guerra Mondiale è già scoppiata. È ancora difficile stilare tutti i costi del conflitto mediorientale. Sono invece già evidenti i costi europei del conflitto ucraino: in termini di rifugiati, spesa sociale e finanziamenti bellici ammontano a 1.500 miliardi di euro in quattro anni (stima fatta a febbraio 2026). Certamente le “tasse di guerra” oggi le imporrebbe solo la Commissione Europea: comporterebbero un prelievo imposto agli stati membri, come da “cessione di sovranità” in materia di difesa e sicurezza. Purtroppo i paesi Ue hanno firmato l’adesione al Fondo Europeo per la Difesa (EDF), che finanzia la ricerca e lo sviluppo di tecnologie militari e accantona danaro presso la Bce per futuri conflitti.
Ci diranno che le “tasse di guerra” oggi sono “prelievi straordinari”, mentre un tempo erano una “tassa di scopo” fissa: insomma “una tantum” per la guerra. Sapete che sollievo per chi combatte per mettere insieme pranzo, cena, spese mediche e bollette? Insomma, l’Ue lavora alle imposte per finanziare conflitti o coprire spese militari “eccezionali”. In tanti si domandano perché questi soldi non vengano prelevati dagli extraprofitti delle multinazionali. Con le tasse di guerra la pressione fiscale italiana sfiorerebbe (tra imposte dirette ed indirette) l’80 per cento. Ci vogliamo rendere conto del disastro sociale che provocherebbero queste “misure eccezionali”?
Oggi stiamo già pagando le guerre con gli aumenti indiretti dei prezzi al consumo. Un eventuale contributo patrimoniale per la difesa inciderebbe sia sul welfare che sui consumi, incrementando disoccupazione forme irreversibili di povertà. È ovvio che in una simile situazione ogniuno cercherà di portare la pelle a casa.
Una sola certezza, l’Europa di domani non sarà mai più come quella evanescente che ha partorito fenomeni alla Ursula von der Leyen e Kaja Kallas.
Aggiornato il 17 marzo 2026 alle ore 11:47
