Il 9 marzo ricorrono i 250 anni dalla prima pubblicazione de La ricchezza delle nazioni, l’opera che nel 1776 Adam Smith consegnò a William Strahan, politico colto, talentuoso uomo d’affari, ma soprattutto editore lungimirante. Non sappiamo cosa provò Strahan la prima volta che lesse il manoscritto di Smith, ma decise di pubblicarlo e, due secoli e mezzo dopo, possiamo dire che fece la scelta giusta. Ancora oggi, infatti, La ricchezza delle nazioni rimane un testo imprescindibile del pensiero economico. Mentre alcuni lo elogiano come “la Bibbia del capitalismo”, altri lo mettono sotto accusa per lo stesso motivo. Entrambi gli schieramenti – sostenitori e oppositori del libero mercato – convergono su un punto: l’eredità di Smith è tra le più influenti degli ultimi secoli. Come spesso accade nelle fasi di incertezza, negli ultimi anni sono tornati di moda alcuni quesiti: il capitalismo sta fallendo? Dovremmo cercare modi alternativi di vivere? La logica del profitto può giustificare tutte le ingiustizie che vediamo nel mondo?
Prima di rispondere, si può osservare che tali domande si basano tutte e tre su un fraintendimento comune: che il capitalismo sia il dominio del mercato sugli uomini. Questa falsa convinzione deriva, forse, dalla famosa spiegazione di Smith sul perché nascono gli scambi. “Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio”, scriveva ne La ricchezza delle nazioni, “che ci aspettiamo la cena, ma dal fatto che essi hanno a cuore il loro profitto”. Dunque, Smith sostiene che il mercato si basi su nient’altro che la mera ricerca del guadagno personale. Eppure, il filosofo scozzese sapeva bene che l’ambizione individuale, per essere soddisfatta, deve poggiare su valori condivisi più profondi, come la fiducia reciproca. Per esempio, Smith sosteneva che “quando il popolo di un determinato paese ripone tale fiducia nella fortuna, probità e prudenza di un particolare banchiere da credere che egli sia sempre pronto a onorare le sue promesse di pagamento, quelle promesse finiscono per avere la stessa circolazione del denaro d’oro e d’argento”.

La fiducia, quindi, è una condizione indispensabile per il funzionamento efficiente dell’economia. E, come sappiamo, non è sempre garantita. L’interventismo pubblico oltrepassa spesso i confini della libertà economica, camuffando battaglie ideologiche in urgenti doveri morali, sociali o ambientali. Nei casi migliori, tali interventi generano risultati modesti. Nei casi peggiori, invece, hanno contribuito a frenare la competitività dei Paesi occidentali, indebolito la classe media e compromesso la fiducia nelle proprie capacità tanto come individui, quanto come popoli. Al lettore potranno venire in mente numerosi esempi di pretesti apparentemente etici usati per implementare politiche che col passare del tempo si sono rivelate inutilmente costose a livello sia economico che sociale. Uno di questi è l’allarmismo climatico, che infatti è stato fortemente ridimensionato in America dall’Amministrazione Trump e, in misura minore, anche in Europa. Non prima, però, che presunti scenari apocalittici (per lo più antiscientifici) venissero sfruttati per giustificare leggi che hanno contribuito ad aumentare il costo dell’energia e a ostacolare l’industria occidentale, soprattutto a vantaggio di quella cinese (si pensi, ad esempio, al settore automobilistico, in cui la Cina sta facendo enormi passi in avanti avvantaggiata da una concorrenza europea indebolita dagli obblighi imposti dalle politiche ambientaliste).
La ricchezza delle nazioni è anche il testo che ha dato all’economia moderna la spiegazione più completa della specializzazione, tema che è tornato di grande interesse con la diffusione dell’Intelligenza artificiale. Secondo Smith, la produttività aumenta quando il lavoro e le competenze sono suddivisi in modo efficiente. Oggi l’Intelligenza artificiale rende più facile ed economico copiare, tradurre e distribuire conoscenza, mettendo persino le competenze più specialistiche potenzialmente alla portata di chiunque, molto più di quanto sia già accaduto con la nascita di Internet. Quando la conoscenza tecnica diventa più diffusa, il suo valore economico diminuisce. In questo contesto, ad aumentare di valore potranno essere le doti più difficili da imitare, come la creatività e la capacità di instaurare rapporti di fiducia col prossimo. Ogni grande cambiamento genera timori e incertezze, ma non richiede necessariamente di abbracciare un “nuovo capitalismo” (etichetta spesso usata per indicare il più vecchio statalismo). Al contrario, può essere utile rileggere in chiave contemporanea alcuni classici del pensiero economico che sono rimasti insuperati. È vero che non sappiamo cosa provò William Strahan quando lesse per la prima volta La ricchezza delle nazioni, però possiamo provare uno stupore forse ancora maggiore nel constatare quanto quel testo sia ancora attuale, dopo due secoli e mezzo. È questo che rende Adam Smith più vivo di molti pensatori contemporanei.
(*) La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, a cura di Anna e Tullio Bagiotti, Utet 2017, 1.257 pagine, 20,90 euro
Aggiornato il 09 marzo 2026 alle ore 11:03
