L’Inps e il paternalismo in busta paga

Il caso del Tfs ai dipendenti pubblici non è una disputa amministrativa: riguarda la disponibilità di risorse maturate nel lavoro e il diritto di disporne senza tutela imposta.

Davanti alla Corte costituzionale è tornata in discussione la disciplina che consente allo Stato di pagare con ritardo e in più rate il trattamento di fine servizio spettante ai dipendenti pubblici al momento del pensionamento. Il contenzioso riguarda norme stratificate nel tempo ˗ tra cui la legge n. 140 del 1997 e il decreto-legge n. 122 del 2010 ˗ che permettono il differimento e la rateizzazione di somme già maturate come retribuzione differita. Nel corso dell’udienza, secondo quanto riportato dalla stampa, la difesa dell’ente erogatore ha sostenuto che la corresponsione in un’unica soluzione potrebbe favorire decisioni di spesa poco ponderate, richiamando studi di psicologia comportamentale sulla maggiore propensione a privilegiare gratificazioni immediate quando si riceve una somma elevata.

Le reazioni, ovviamente, sono state immediate. Organizzazioni sindacali e rappresentanti politici hanno contestato con durezza questa impostazione, ricordando che si tratta di salario differito e denunciando la disparità rispetto al settore privato, dove la liquidazione è normalmente disponibile senza analoghi rinvii. Il confronto si inserisce inoltre in un quadro giuridico già segnato da precedenti pronunce costituzionali che hanno definito il differimento una misura non più giustificabile e hanno sollecitato un intervento legislativo rimasto sostanzialmente incompiuto. Nel frattempo, il sistema continua a produrre effetti su un numero elevato di lavoratori e su risorse ingenti.

È in questo contesto concreto che emerge il nodo decisivo. Il trattamento di fine servizio non è una liberalità pubblica né una concessione discrezionale: è patrimonio maturato nel corso dell’attività lavorativa. Ritardarne la disponibilità significa trattenere ricchezza altrui e utilizzarla come variabile della gestione finanziaria. Per anni la difesa di questo meccanismo è stata fondata su ragioni di bilancio; oggi compare un’argomentazione ulteriore, di natura paternalistica. Non si limita più l’accesso al patrimonio per esigenze contabili: si suggerisce che la limitazione sia utile a chi ne è titolare.

Questo passaggio segna una soglia culturale. Se si accetta che l’autorità possa trattenere risorse perché il destinatario potrebbe usarle male, il principio non conosce confini teorici. Lo stesso schema potrebbe applicarsi al salario, al risparmio, all’eredità, a qualsiasi disponibilità economica. La responsabilità individuale verrebbe progressivamente sostituita da una vigilanza permanente mascherata da tutela. Il cittadino cesserebbe di essere titolare di diritti per diventare oggetto di amministrazione.

Promuovere scelte economiche consapevoli è cosa diversa dal trattenere il denaro di chi lo ha guadagnato. L’educazione finanziaria appartiene alla sfera dell’informazione e della responsabilità personale; la rateizzazione imposta appartiene alla sfera del comando. Quando l’autorità stabilisce tempi e modalità di accesso a risorse già maturate, esercita potere, non tutela. E quando quel potere viene giustificato evocando la presunta fragilità dei destinatari, il messaggio è chiaro: l’individuo non è considerato adulto, ma amministrabile. Così si incrina il presupposto su cui si regge ogni ordinamento civile maturo, cioè la fiducia nella capacità delle persone di governare la propria vita materiale.

La disponibilità dei frutti del proprio lavoro costituisce la base dell’indipendenza personale. Senza di essa la responsabilità si svuota, la pianificazione si indebolisce e la cittadinanza economica diventa dipendenza. È per questo che la vicenda del Tfs va letta oltre il piano tecnico: essa misura la fiducia che una società ripone negli individui. O li considera capaci di decidere e di assumersi le conseguenze delle proprie scelte, oppure li riduce a soggetti da guidare.

Il discrimine è netto e non consente ambiguità. Le regole costituzionali non servono a educare l’individuo né a correggerne le scelte, ma a contenere il potere che su di lui si esercita. Quando l’apparato pubblico trattiene risorse maturate nel lavoro e pretende persino di giustificarlo come forma di protezione, non siamo di fronte a una tutela: siamo invece al cospetto di una distorsione del rapporto istituzionale. Il diritto viene piegato a esigenza amministrativa, il credito del singolo diventa leva contabile, la disponibilità patrimoniale viene subordinata a valutazioni esterne.

Non è un incidente retorico, è un cambio di paradigma. Si afferma l’idea che l’accesso a ciò che è proprio non sia immediato né pieno, bensì condizionato, graduato, autorizzato. Una società che interiorizza siffatto schema smette progressivamente di considerare l’individuo responsabile e inizia a considerarlo amministrabile. È qui il punto che non può essere eluso: non la singola rateizzazione, quanto l’assuefazione a un potere che trattiene e decide, mentre presenta tale trattenuta come servizio reso.

Quando siffatta logica si consolida, la distanza tra titolarità dei diritti e concessione amministrativa si riduce fino quasi a scomparire. Ed è in questa riduzione ˗ non nei tecnicismi normativi ˗ che si consuma il vero arretramento civile.

Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 09:25