La Tari della pianificazione: lo Stato calcola, il cittadino paga

Dietro le linee guida ministeriali sui fabbisogni standard non c’è solo tecnica, ma una scelta politica che sostituisce responsabilità e concorrenza con parametri centralizzati.

Quando il costo di un servizio sfugge al controllo, la risposta delle amministrazioni pubbliche è quasi sempre la stessa: non si apre alla competizione, si rafforza la pianificazione. L’aggiornamento 2026 delle linee guida sui fabbisogni standard per calcolare i costi del servizio rifiuti e fissare la Tari ‒ emanato il 28 gennaio dal Ministero dell’Economia e delle Finanze con il supporto tecnico di Ifel e Sogei e destinato ai Comuni delle Regioni a statuto ordinario ‒ lo dimostra con chiarezza. Presentato come supporto operativo alla legge 147 del 2013 e al nuovo ciclo tariffario 2026-2029, rappresenta invece una scelta politica precisa: trasferire la determinazione dei costi dalla responsabilità locale a parametri decisi centralmente.

Il meccanismo è semplice nella sua sostanza. In concreto, i Comuni sono tenuti a calcolare i costi del servizio rifiuti secondo i fabbisogni standard, e da quei parametri discende l’importo che viene imposto ai cittadini. Il costo non nasce più dal confronto tra modelli organizzativi, dall’efficienza gestionale o dalla capacità amministrativa. Nasce da un sistema di coefficienti. In tal modo, l’autonomia si restringe, la responsabilità si attenua, la decisione si allontana.

Non si tratta di una novità isolata. La storia amministrativa europea è costellata di tentativi di governare la complessità sociale attraverso modelli tecnici. Già nell’Ottocento la pianificazione burocratica cercava di sostituire l’esperienza locale con classificazioni centrali; nel Novecento la fiducia nella capacità di progettare l’ordine sociale dall’alto ha prodotto sistemi rigidi e costosi, incapaci di adattarsi alla realtà. Senza evocare estremi, la logica resta riconoscibile: la convinzione che una tabella possa conoscere meglio del territorio ciò che il territorio vive.

Il confronto internazionale rende ancora più evidente la natura politica della scelta. In vari contesti europei dove i servizi ambientali sono stati sottoposti a verifica contrattuale e confronto tra operatori ‒ come in alcune esperienze britanniche o nord-europee ‒ il costo emerge dal risultato, non dal modello. Il prezzo diventa informazione, criterio di giudizio, incentivo al miglioramento. Dove invece prevale la parametrizzazione amministrativa, il prezzo perde significato e diventa semplice imposizione.

Il sistema italiano si muove chiaramente in questa seconda direzione. Il fabbisogno standard deriva da nove fattori: distanza dagli impianti, livelli di raccolta, caratteristiche sociali ed economiche, modalità di gestione, reddito medio, istruzione, cluster territoriali. Una costruzione sofisticata solo in apparenza. In realtà riduce comunità vive a variabili numeriche e trasforma il cittadino in dato statistico.

A rendere il quadro ancora più problematico è la base informativa utilizzata. Alcuni parametri derivano da stime non recenti, altri da aggiornamenti non uniformi. Nonostante ciò, vengono impiegati per determinare costi attuali. Non è solo una fragilità tecnica: è la prova di un sistema che privilegia la coerenza burocratica del modello rispetto all’aderenza alla realtà concreta.

Il risultato è una trasformazione progressiva della natura stessa della Tari. Formalmente collegata a un servizio, essa assume sempre più i tratti di un prelievo distante dal rapporto diretto tra utente e gestione. Il cittadino non può confrontare alternative, né può verificare l’efficienza, e neppure può incidere sul costo. Deve pagare ciò che deriva da parametri stabiliti altrove. È una dinamica già vista quando servizi monopolizzati diventano strumenti indiretti di fiscalità. Nemmeno la proroga dei termini per approvare piani e tariffe incide su questo nodo. Si modifica la procedura, non l’impostazione. La sostanza resta la stessa: sostituire responsabilità e confronto con conformità e standardizzazione.

La questione dei rifiuti diventa così un caso emblematico di una tendenza più ampia. Quando il prezzo nasce dal confronto, orienta e responsabilizza. Quando nasce da coefficienti centralizzati, disciplina e vincola. La storia insegna che i sistemi fondati sulla progettazione amministrativa tendono a espandersi: ogni parametro genera nuovi controlli, ogni controllo nuova distanza tra cittadino e decisione.

La Tari costruita su fabbisogni standard non è quindi un dettaglio tecnico. È il riflesso di una concezione politica che affida a modelli statistici la determinazione dei costi quotidiani. Promette razionalità, ma riduce responsabilità. Parla di efficienza, ma restringe la scelta. E finché questa impostazione resterà dominante, il cittadino continuerà a svolgere il ruolo più semplice ‒ e più marginale ‒ dell’intero sistema: pagare ciò che altri hanno deciso.

Aggiornato il 09 febbraio 2026 alle ore 11:13