Accise fisse: quando la tassa spinge verso l’eccesso

Pensate per ridurre i consumi, le accise finiscono per distorcere il mercato e orientare le scelte verso prodotti più concentrati e rischiosi.

Non è un tema teorico né accademico. Se oggi si parla di accise è perché in Italia e in Europa stanno succedendo cose concrete. Dal 1° gennaio 2026 è entrato in vigore il riallineamento delle accise su benzina e gasolio: la prima ridotta, la seconda aumentata, con l’effetto immediato di rendere il diesel più caro alla pompa.

Il nostro risulta oggi tra i Paesi con il peso fiscale più alto sul carburante, e nello stesso periodo sono entrate in vigore nuove regole sull’accisa del gas naturale. Parallelamente, a Bruxelles prosegue il confronto sulla revisione della direttiva europea sulle accise del tabacco e si discute di possibili rialzi sulla tassazione degli alcolici nell’ambito delle politiche sanitarie comuni. In altre parole: non è un dibattito da convegno, è una leva fiscale che sta cambiando prezzi reali, ogni settimana.

Ed è proprio mentre queste decisioni vengono prese che riemerge un principio economico tanto semplice quanto ignorato: le accise a tasso fisso non colpiscono solo la quantità consumata, ma distorcono la qualità scelta.

È il teorema di Alchian-Allen, noto anche “Shipping the good apples out” theorem (“spedire via le mele buone”), nome attribuito da Thomas Borcherding, o anche come “Terza legge della domanda”. Se si aggiunge lo stesso costo fisso a due beni simili ma di prezzo diverso, il bene più costoso diventa relativamente più conveniente. Il risultato non è solo pagare di più: è spostare il consumo verso l’alto, verso il prodotto premium, più concentrato, più potente.

Qui emerge il cuore del problema. Il mercato non è una tabella Excel che si corregge con una percentuale; è un processo di scoperta dell’ignoto e di correzione degli errori, basato sui prezzi relativi. Le accise fisse non sono neutrali: alterano il segnale che coordina milioni di decisioni individuali. Quando lo Stato impone un sovraccosto uniforme, non riduce semplicemente il consumo, appiattisce invece le differenze di prezzo e spinge la domanda verso l’opzione di fascia alta. È una distorsione del meccanismo informativo che guida le scelte.

Gli esempi empirici lo confermano. Le accise unitarie sui carburanti aumentano la quota di benzina premium. Nel vino e nella birra crescono le etichette di fascia alta. Nel tabacco si rafforzano i marchi più costosi. Finché “qualità” significa gusto o confezione, l’effetto è solo commerciale. Epperò, quando qualità coincide con potenza — più gradazione alcolica, più nicotina, più concentrazione — la tassa produce l’effetto opposto a quello dichiarato: meno moderazione, più intensità.

In argomento, la storia del proibizionismo americano è il laboratorio più chiaro. Aumentando i costi fissi e i rischi legali, il mercato si era spostato dai prodotti leggeri ai superalcolici. Non per ribellione ideologica, quanto per logica economica: concentrare valore riduce i costi unitari. Lo stesso accade oggi nei mercati paralleli, dove più cresce il peso fiscale, più aumenta l’incentivo verso prodotti compatti e potenti. La politica pensa di ridurre il danno; il mercato lo riconfigura.

Il punto è evidente: le accise fisse non correggono il mercato, lo deformano. Interferiscono con il sistema dei prezzi, che è il meccanismo attraverso cui si coordinano conoscenze disperse e preferenze individuali. Il consumatore non scompare di fronte alla tassa: si adatta. E l’adattamento spesso procede nella direzione opposta a quella prevista dal legislatore.

C’è poi l’effetto di frontiera: l’illegalità. Anche piccoli aumenti possono spingere quote di domanda verso il contrabbando o verso mercati esteri. Più il costo fisso cresce, più diventa razionale ridurre il volume e aumentare la potenza. Si passa dalla moderazione visibile all’eccesso invisibile. Non è un incidente: è la conseguenza naturale di segnali di prezzo distorti.

Le accise a tasso fisso promettono semplicità amministrativa. Ma l’economia non è semplice e neppure statica. Una tassa uguale per unità non produce effetti uguali. Riduce le differenze relative, spinge verso l’alto la qualità percepita e, nei mercati sensibili, aumenta la potenza media dei prodotti.

In nome della prevenzione, si rischia di incentivare l’eccesso. Ed è questa la contraddizione che riemerge oggi, mentre carburanti, tabacco e alcolici tornano al centro delle scelte fiscali: non si sta solo tassando un bene, si sta alterando il mercato che lo regola.

Aggiornato il 06 febbraio 2026 alle ore 11:25