L’illusione dei confini economici in un mondo che scambia

La recente intesa commerciale raggiunta tra Unione Europea e India arriva in un momento di diffusa avversione allo scambio internazionale, sempre più percepito come un ostacolo insormontabile al perseguimento degli interessi nazionali, soprattutto in Occidente. La politica dei dazi di Trump rappresenta l’espressione più evidente di questa tendenza. Non mancano però altri casi concreti in cui tale avversione si è manifestata con chiarezza: dal fallimento del Ttip(Transatlantic Trade and Investment Partnership) tra Europa e Stati Uniti nell’era pre-Covid, alle più recenti difficoltà legate all’accordo tra Ue e Mercosur, deferito alla Corte di giustizia.

Speriamo che l’accordo tra Ue e India non incontri intoppi nel processo di approvazione da parte del Consiglio europeo e del Parlamento. A ogni modo, se questa intesa può apparire come una sorpresa in Occidente, alla luce del clima politico attuale, non si può certo dire che rappresenti un’eccezione a livello globale. Gli accordi di commercio continuano infatti a proliferare: basti pensare a quelli tra Canada e Cina, al Medio Oriente, trainato in particolare dalla strategia degli Emirati Arabi Uniti che hanno siglato accordi con numerosi paesi, o alla stessa India, impegnata nell’espansione della propria rete di accordi commerciali ben oltre l’Ue. Chi vuole crescere continua a cercare nuove opportunità di scambio. I passi indietro riguardano soprattutto Stati Uniti ed Europa, cioè proprio quelle aree che grazie al commercio internazionale si sono enormemente arricchite negli ultimi decenni.

Sta prendendo forma una delle previsioni di Dani Rodrik e del suo "trilemma politico", secondo cui ogni sistema politico può sostenere solo due delle seguenti tre caratteristiche: democrazia, sovranità nazionale e integrazione economica con altri sistemi. Se i decenni di dominio americano avevano favorito una certa disponibilità a cedere una parte di sovranità nazionale − attraverso la creazione di istituzioni internazionali (come il WTO) e sovranazionali (come l’Ue) − l’attuale disordine globale, in attesa di un nuovo equilibrio, sembra invece favorire il riaffermarsi dello Stato-nazione e la rinuncia all’integrazione economica

Brexit, America First, il successo diffuso in vari paesi europei di forze politiche nazionaliste, sono tutti segnali che vanno in questa direzione. Eppure non bisogna disperare. Nonostante la retorica e nonostante i recenti ostacoli − dalla pandemia al "liberation day" trumpiano, passando per le guerre − il libero scambio ci ha dimostrato di essere un elemento di forza e resilienza. Salvo qualche episodio passeggero, i beni non sono di fatto mai mancati dagli scaffali. Alla fine, in favore di una ripresa degli scambi commerciali resta pur sempre la banale constatazione che nel lungo periodo le aperture avvantaggiano ampi settori delle popolazioni. Speriamo di rendercene conto presto.

(*) Fellow dell’Istituto Bruno Leoni

(**) Tratto da Istituto Bruno Leoni

Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 11:58