La politica economica di Donald Trump

Non sono così convinto che la politica economica adottata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump sia, come pensano molti economisti o pseudo tali, così irrazionale o anomala rispetto alle altre precedenti amministrazioni statunitensi. In politica in generale e in politica estera in particolare si preferisce usare l’ipocrisia piuttosto che la chiarezza degli obiettivi che si vuole perseguire. La politica estera ed economica adottata da Donald Trump non è nella sostanza così diversa da quella perseguita, con altro stile, da altri presidenti degli stati Uniti siano stati essi repubblicani o democratici. La differenza sostanziale è da ricercare nella modalità di comunicazione da parte delle varie Amministrazioni statunitensi. Brutale quella di Trump; più “politica” quella degli altri inquilini della Casa Bianca. La lotta e il contrasto alla immigrazione irregolare e clandestina è comune a tutte le Amministrazioni, repubblicane e democratiche, che si sono succedute negli ultimi decenni. George W. Bush, Bill Clinton, Barack Obama e Joe Biden hanno espulso immigrati clandestini e irregolari in un numero superiore a quelli fin qui realizzati dal tycoon americano.

Operazioni di espulsioni e rimpatri che sono stati effettuati da parte delle precedenti amministrazioni attraverso l’impiego della “famigerata” polizia Ice (Immigration and Customs Enforcement) che non è stata più tenera con gli immigrati irregolari rispetto ad oggi. La differenza, sulle politiche migratorie, si è sostanziata nell’uso della comunicazione; più edulcorata quella sotto le amministrazioni democratiche “espulsioni” più forte e brutale sotto l’attuale presidenza Trump “deportazione”. Per paradosso parrebbe che il numero di “espulsioni” sono state significativamente maggiori sotto le Amministrazioni democratiche. Negli scambi commerciali (import-export) l’uso dei dazi doganali da parte degli Stati Uniti per difendere le imprese nazionali è stata una costante della sua storia. Le politiche economiche autarchiche si sono reiteratamente ripetute nella storia degli Usa. Donald Trump, a differenza degli altri presidenti nordamericani, utilizza i dazi doganali non solo come strumento finalizzato a riequilibrare l’import e l’export degli Stati Uniti verso il resto del mondo, a difesa dell’industria e l’agricoltura nazionale, ma anche come strumento di pressione politica e “diplomatica”. Le politiche monetarie volte a indebolire il dollaro americano rispetto alle altre valute principali si sono verificate altre volte nella storia economica del Paese. La svalutazione pilotata del dollaro rispetto alle altre valute forti (prima il marco tedesco, yen giapponese, sterlina inglese, oggi l’euro) aveva l’obiettivo di ridurre le importazioni e facilitare le esportazioni americane verso gli altri Paesi.

Infatti, il 22 settembre del 1985 con l’accordo all’Hotel Plaza di New York (Usa, Giappone, Germania ovest, Francia e Regno Unito) firmarono un accordo con l’obiettivo di svalutare il dollaro americano. Le banche centrali delle nazioni che avevano firmato l’accordo, in coordinamento tra di esse, vendevano sui mercati finanziari internazionali dollari per deprezzarne il valore. Più che un accordo negoziato fu una vera e propria imposizione da parte dell’allora presidente Ronald Reagan. Con Reagan si usò la “forza della diplomazia Usa”, con Donald Trump domina il “concetto di forza”. Mi resta un dubbio. È meglio la brutalità della chiarezza o l’uso dell’ipocrisia?

Aggiornato il 30 gennaio 2026 alle ore 11:04