Tassa sui pacchi, il boomerang perfetto

Censire, colpire, tassare: il solito riflesso dirigista che ignora come funzionano i mercati aperti

C’è una tentazione ricorrente nell’azione politica pubblica: credere che un problema complesso possa essere risolto con un prelievo semplice. La tassa di due euro sui pacchi extra-Ue di valore inferiore a 150 euro nasce esattamente da questa illusione. L’obiettivo dichiarato era arginare l’afflusso di merci a basso costo provenienti dalla Cina, colpire i grandi operatori dell’e-commerce globale e, nel frattempo, garantire nuove entrate per le casse dello Stato. Il risultato, a poche settimane dall’entrata in vigore, è già chiaro: meno pacchi in Italia, traffico negli scali nazionali e lavoro nella logistica. Non meno acquisti, però, solo rotte diverse.

Il calo del 36 per cento degli arrivi extra-Ue registrato dall’Agenzia delle Dogane tra il 1° e il 20 gennaio non segnala infatti un’improvvisa sobrietà dei consumatori italiani. Esprime, molto più banalmente, che il mercato ha fatto ciò che fa sempre quando cambia il quadro degli incentivi: si è adattato, autoregolamentandosi.

Le merci continuano quindi a entrare in Europa, ma non più direttamente in Italia. Atterrano in altri Paesi membri, dove la tassa non esiste, e poi viaggiano su gomma all’interno del mercato unico. Il prelievo resta sulla carta, mentre il danno diventa reale.

Qui sta il primo grande errore della misura: ignorare il funzionamento elementare dello spazio economico europeo. Una volta che una merce è entrata nell’Unione, la sua circolazione non può essere ostacolata da barriere interne. Tassare unilateralmente un punto di ingresso significa semplicemente incentivare l’uso di altri punti di ingresso. Non si difende il mercato interno, lo si aggira. E, nel frattempo, si penalizzano le infrastrutture nazionali.

In proposito, il caso di Malpensa è emblematico. Gestisce una quota preponderante del traffico cargo aereo verso l’Italia ed è uno snodo strategico non solo per l’import-export, ma per l’intera filiera logistica: handling, trasporti, magazzini, servizi. Quando i voli cargo vengono dirottati altrove, non scompare solo il pacco tassato: scompaiono attività, occupazione, investimenti. Il gettito ipotizzato – oltre 120 milioni nel 2025, secondo le stime circolate sulla stampa internazionale – diventa una cifra astratta, mentre le perdite sono concrete e immediate.

C’è poi un secondo errore, ancora più profondo: l’idea che una tassa possa “proteggere” il mercato. La protezione, in economia, non elimina la concorrenza: la deforma. Colpisce alcuni attori, ne favorisce altri, altera i percorsi senza cambiare la sostanza. Le piattaforme globali continuano a vendere, i consumatori continuano a comprare, ma il costo dell’intervento ricade su chi non può spostarsi con la stessa agilità: aeroporti, operatori logistici, territori. È una redistribuzione del danno, non una soluzione.

Il paradosso è evidente anche sul piano politico. Una misura presentata come difesa dell’economia nazionale finisce per danneggiare uno dei pochi settori in cui l’Italia è pienamente integrata nelle catene globali del valore. La logistica vive di volumi, di velocità, di affidabilità. Ogni incertezza normativa, le tasse “sperimentali” e gli interventi non coordinati a livello europeo minano queste tre condizioni. E quando i flussi si spostano, riportarli indietro è molto più difficile che perderli.

Non stupisce, pertanto, che crescano le pressioni per un rinvio della tassa almeno fino a luglio, quando dovrebbe entrare in vigore un dazio comunitario uniforme. È una correzione di rotta implicita, quasi una ammissione: il problema non è l’e-commerce globale in sé, è piuttosto la frammentazione delle risposte nazionali. Tuttavia, anche un prelievo europeo non risolverà la questione di fondo, se continuerà a essere concepito come strumento punitivo e non come parte di un quadro coerente.

La lezione, in realtà, è antica. In un’economia aperta, il potere politico non controlla i flussi: li indirizza, spesso senza volerlo. Ogni tassa selettiva crea un incentivo a cambiare percorso. Ogni barriera parziale genera elusione legale. Pensare di “fermare” il mercato con due euro a pacco significa confondere il gesto simbolico con l’efficacia reale.

La tassa sui pacchi in definitiva non è solo un errore tecnico. È il sintomo di una visione statica dell’economia, che ignora l’adattamento, la mobilità, la scoperta continua di soluzioni alternative. In questo senso, il suo effetto boomerang era prevedibile. Non ha ridotto gli acquisti, né ha colpito i grandi operatori globali, e neppure ha rafforzato il sistema produttivo interno. Ha solo spostato i flussi e indebolito un settore strategico.

Ancora una volta, il mercato ha dimostrato di muoversi più velocemente delle norme. E, come spesso accade, a pagare non sono i colossi lontani, bensì le infrastrutture e i lavoratori di casa nostra.

Aggiornato il 28 gennaio 2026 alle ore 12:21