Fondi comuni di investimento: tipologie e come funzionano

I fondi comuni sono tra gli strumenti più diffusi nei portafogli dei risparmiatori italiani, spesso perché costituiscono il prodotto principale offerto dalle reti di vendita bancarie. Sebbene siano presentati come soluzioni strategiche per accedere a panieri di titoli diversificati, la loro reale efficacia è spesso messa a dura prova da una struttura di costi complessa che può erodere gran parte del rendimento finale. Questi strumenti sono gestiti dalle Società di Gestione del Risparmio (SGR) con l'obiettivo teorico di aiutare i piccoli e medi risparmiatori a investire in modo diversificato, ma è fondamentale distinguere tra la validità teorica dello strumento e la sua convenienza economica reale.

Se questo strumento finanziario e le sue caratteristiche particolari ti interessassero, c’è un sito di una società di consulenza finanziaria indipendente che consente in modo differente da tutti di analizzare in modo originale quali sono i migliori fondi comuni di investimento (e anche i peggiori), comprendendo i pro e contro di questi strumenti con il Fund Rating di SoldiExpert SCF; intanto qui di seguito cerchiamo di scoprire e comprendere meglio cosa sono e come funzionano.

Fondi comuni di investimento: i tipi esistenti

Parlare di fondi comuni di investimento è in realtà un po’ troppo generico generico, in quanto ne esistono diverse tipologie. Queste differiscono tra loro per vari aspetti e, in particolare, per:

  • gli asset inclusi nel paniere: a seconda dei casi, si possono avere fondi di tipo azionario o obbligazionario, i quali si occupano esclusivamente di titoli azionari o di bond. Questi possono essere bilanciati, i quali includono entrambe le tipologie di titoli secondo la proporzione definita in fase di apertura, oppure flessibili, anch’essi composti da entrambe le categorie di titoli, ma in modo non proporzionale. A questi vanno aggiunti inoltre i fondi comuni monetari e immobiliari;
  • il tipo di gestione: il fondo può essere gestito sia in modo passivo, ossia cercando di replicare un indice di base, sia in modo attivo. In questo secondo caso, il gestore non replica il benchmark, ma studia strategie atte a superarne le performance;
  • la flessibilità delle quote e del patrimonio: i fondi comuni che emettono nuove quote e rimborsano quelle emesse in precedenza dispongono di un patrimonio variabile e vengono definiti “aperti”. Al contrario, quelli che rimborsano il capitale solo alla scadenza del fondo e definiscono l’ammontare del patrimonio all’apertura sono detti “chiusi”.

Altri aspetti che possono differenziare i fondi comuni di investimento l’uno dall’altro sono il fatto che siano o meno quotati in Borsa e che prevedano la distribuzione dei proventi agli investitori o il loro accumulo e successivo reinvestimento.

Comprendere bene queste differenze è fondamentale per individuare la soluzione più adatta al proprio profilo di investimento e ai propri obiettivi.

Come funzionano

Chi decide di inserire dei fondi comuni nel proprio portafogli finanziario non fa altro che acquistarne una o più quote, preferibilmente tramite un intermediario finanziario e magari su consiglio di un consulente finanziario autonomo. Ogni quota comprende una piccola percentuale di tutti i titoli che sono stati inclusi nel carniere.

Le somme versate dagli investitori vengono messe insieme e utilizzate dal gestore del fondo per acquistare asset. Oltre che dell’acquisto, il gestore si occupa anche della valutazione delle performance, della loro vendita e sostituzione e, nel caso dei fondi a gestione attiva, dell’elaborazione di strategie finalizzate a migliorare il rendimento del fondo.

Tuttavia, è essenziale che l'investitore presti massima attenzione alla struttura dei costi.

Spesso i fondi comuni collocati dai grandi intermediari bancari prevedono commissioni di gestione elevate e costi di ingresso o uscita che possono erodere gran parte del rendimento. Inoltre, va considerato il tema degli incentivi: a differenza dei consulenti indipendenti (e delle SCF), molti intermediari percepiscono retrocessioni sui fondi che collocano, creando un potenziale conflitto di interesse che potrebbe non favorire sempre la scelta dello strumento più efficiente o meno costoso per il risparmiatore.

Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 16:29