Il ketchup di Stato: l’Europa che ti rieduca a tavola

Dopo tasse e burocrazia, arriva il controllo del quotidiano: divieti “virtuosi”, costi scaricati sui privati e cittadini trattati da minorenni. Non è ecologia: è potere.

Non è più regolazione, è addestramento. E stavolta non parliamo di una “sensazione”: parliamo di un atto preciso, scritto, approvato e imposto. La stretta sulle bustine monouso – ketchup, maionese, olio, sale, zucchero – e sui mini-flaconi da hotel discende dal nuovo Regolamento Ue sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio (Ppwr, Regolamento Ue 2025/40), che diventa operativamente applicabile dal 12 agosto 2026 e spinge verso il divieto definitivo di numerosi formati monodose nel canale Horeca (hotel, risostoranti, caffè/catering) dal 1° gennaio 2030.

Il punto non è la plastica. È il potere. È l’idea – arrogante, ossessiva, tipicamente burocratica – che un’autorità lontana e irresponsabile possa decidere cosa sia “giusto” per milioni di persone, fino all’ultima abitudine quotidiana. Non si limita a fissare obiettivi: ordina. Né si limita a indicare una direzione: impone invece un modello unico. E così, mentre predica “sostenibilità”, esercita controllo: ti rieduca, ti disciplina, ti tratta come un minorenne permanente.

La narrazione è sempre la stessa: “si fa per il bene di tutti”. Eppure, quando lo Stato pretende di fare “il bene” con divieti e obblighi, produce inevitabilmente un’altra cosa: costi, rigidità, conformismo e impoverimento. E soprattutto una dipendenza crescente: perché chi ti comanda anche i dettagli ti abitua all’idea che tutto debba passare dall’alto.

Qui il bersaglio non è un pericolo reale: è la normalità. La bustina monodose è una soluzione pratica, igienica, efficiente. Serve a ridurre sprechi alimentari, a gestire flussi rapidi, a standardizzare porzioni, a evitare contaminazioni. Ma questa realtà non interessa: la politica ragiona per simboli, non per risultati. Così, mentre predica “razionalità”, impone modelli unici come se ogni ristorante fosse identico, ogni albergo uguale, ogni servizio sovrapponibile.

E guardiamo bene l’inganno: il conto non lo paga Bruxelles, lo pagano gli altri. Lo paga chi lavora e produce, chi gestisce un locale o tiene in piedi un hotel con margini sempre più sottili. Lo paga il consumatore, che si vedrà trasferire i costi nel prezzo finale. Lo paga soprattutto la concorrenza, perché ogni nuovo obbligo seleziona non i migliori, ma i più “attrezzati” a sopravvivere alla burocrazia. Il risultato? Meno pluralità, meno iniziativa, più standardizzazione. È la solita medicina statalista: si dice “tutela”, si ottiene chiusura del mercato.

Ma c’è di più. Le imposizioni “virtuose” hanno un vizio strutturale: spostano i problemi invece di risolverli. Vietare un formato non significa automaticamente ridurre impatto e sprechi. Significa spesso aumentarli altrove: è l’ennesima “virtù” imposta per decreto: bella sulla carta, disastrosa nella pratica. Perché il mondo reale non è un manifesto: è fatto di processi, responsabilità e costi che qualcuno – sempre – deve sostenere. Nel caso degli alberghi, poi, entra in campo un tema enorme, che la propaganda finge di non vedere: la gestione dell’igiene, la responsabilità in caso di contaminazioni, la manutenzione dei dispenser. In pratica, si scarica sul privato anche un rischio reputazionale e operativo che prima era ridotto dal confezionamento monodose.

Tuttavia, la cosa più grave non è nemmeno economica: è politica. Perché una misura così piccola è una prova generale di un sistema: il potere che si autoalimenta. Oggi stabilisce come serve una salsa “se consumata sul posto”; domani regolamenta altro, e poi altro ancora. La logica non si ferma mai: una volta accettato il principio che “possono decidere anche questo”, la libertà diventa un residuo revocabile, non un presupposto.

Il calendario stesso è rivelatore: scadenze, transizioni, fasi, obblighi progressivi. È il metodo del controllo lento, “a strati”, così nessuno esplode davvero, tutti si abituano, e intanto la macchina normativa cresce. In alcuni casi il passaggio definitivo è indicato per il 1° gennaio 2030, con un percorso che parte già nel 2026 e si consolida negli anni successivi.  Non è quindi una riforma, è piuttosto una colonizzazione burocratica del quotidiano.

E a chi dice: “È solo una bustina”, bisogna rispondere senza diplomazia: proprio perché è “solo” una bustina, è intollerabile. Perché significa che non esiste più un “troppo piccolo” per il potere. Non c’è più una sfera privata dove l’autorità non deve entrare. Non è più un arbitro: è un padrone che pretende di educarti.

Questa deriva nasce da una superstizione moderna: l’idea che la società sia un meccanismo e che qualcuno, da un ufficio, possa ottimizzarla. È un’illusione. E come tutte le illusioni politiche, produce danni reali: riduce la responsabilità individuale, spegne l’iniziativa, cancella la sperimentazione. La ricchezza non nasce dai divieti: nasce dalla libertà di provare, competere, correggere, innovare.

Se l’obiettivo fosse stato davvero ridurre rifiuti e sprechi, avrebbero puntato su una cosa semplice: responsabilità. Chi produce paga, chi inquina risponde, chi innova vince. Invece no: la scorciatoia è sempre la stessa, vietare dall’alto e far finta che basti. Perché costruire filiere efficienti costa fatica, richiede concorrenza e risultati misurabili. Il divieto, al contrario, è comodo: una norma, due slogan, e la politica si mette la medaglia al petto.

E infatti il punto non è la plastica. È il metodo. È l’idea che il cittadino debba essere rieducato, che l’impresa debba essere addomesticata, che ogni scelta debba passare dal permesso del potere.

Non stanno cambiando il packaging: stanno allargando la gabbia. E ogni “piccolo” divieto accettato senza reagire diventa precedente, abitudine, resa. Sempre a favore di chi decide. Mai a favore di chi vive e lavora.

Oggi ti tolgono la bustina. Domani ti tolgono la scelta. E quando te ne accorgi, la libertà è già diventata un’eccezione amministrativa.

Aggiornato il 23 gennaio 2026 alle ore 11:25