Delega fiscale, la progressività come problema

Perché l’Irpef continua a punire iniziativa, crescita e produzione di reddito

Ogni fine d’anno, con la legge di Bilancio, il dibattito fiscale torna puntualmente al centro della scena. Non per una scelta teorica, bensì per necessità: l’Irpef è l’imposta che incide più direttamente sulla vita quotidiana di milioni di persone, sul lavoro, sul risparmio, sulle scelte di produzione del reddito. Parlare oggi di delega fiscale significa fare il punto su una riforma che avrebbe dovuto riscrivere il cuore del sistema tributario e che, invece, resta sospesa tra annunci e rinvii. Non è una questione tecnica per addetti ai lavori, è piuttosto un problema strutturale che continua a produrre effetti concreti e distorsivi.

La delega del 2023 indicava, com’è noto, una direzione apparentemente chiara: semplificare l’Irpef, ridurne la frammentazione, avvicinarla a un modello più lineare, accompagnando il tutto con una revisione delle detrazioni. Eppure, nonostante le intenzioni dichiarate, il nodo vero non è mai stato sciolto. Al centro del sistema continua a stare la progressività, non come criterio di moderazione del prelievo, ma come principio ordinatore assoluto, intoccabile, al quale tutto il resto viene subordinato. Ed è proprio qui che la riforma si inceppa.

Nel dibattito pubblico la progressività viene trattata come un dogma. Metterla in discussione equivale a un’eresia. Nel funzionamento concreto dell’Irpef, tuttavia, essa non è uno strumento neutro: è il principale fattore di distorsione del sistema. Non redistribuisce semplicemente il carico, altera profondamente i comportamenti, penalizza la produzione di reddito e scoraggia l’iniziativa economica.

A rendere il quadro ancora più problematico è il modo in cui questo principio viene oggi legittimato. La progressività non è più presentata come una scelta politica, discutibile e rivedibile, ma come una necessità tecnica. Non si discute se produca effetti distorsivi o se penalizzi l’iniziativa; si assume che “debba” esserci. Il prelievo crescente viene così sottratto al giudizio sul merito e trasformato in una conseguenza inevitabile di grafici, simulazioni e vincoli. Il potere fiscale non decide apertamente: spiega. Non impone una scelta, la presenta invece come l’unica compatibile con la realtà. In questo modo, una decisione che incide profondamente sulle scelte individuali si traveste da semplice amministrazione della complessità.

L’Irpef italiana, inoltre, non è progressiva in modo lineare. Lo è in modo irregolare, opaco e aggressivo. Alle aliquote marginali elevate si sommano detrazioni che si riducono rapidamente al crescere del reddito, producendo effetti cumulativi devastanti. In molte fasce, soprattutto medio-alte, l’aumento del reddito comporta un incremento del prelievo sproporzionato. Il messaggio è inequivocabile: oltre una certa soglia, produrre di più conviene sempre meno.

Questa struttura colpisce esattamente i redditi più legati all’attività economica dinamica: lavoro aggiuntivo, iniziativa imprenditoriale, assunzione di rischio, investimento in competenze. La progressività, così concepita, non corregge le diseguaglianze: penalizza il comportamento produttivo. Trasforma il fisco in un sistema di disincentivi permanenti, che spinge verso la rinuncia, l’adattamento difensivo, l’elusione o la semplice inattività.

Non è un caso che, parallelamente, l’Irpef venga progressivamente svuotata. Regimi sostitutivi, cedolari e imposte speciali sottraggono parti crescenti di base imponibile. Ma questo non avviene per accidente: è una reazione diretta alla progressività eccessiva dell’imposta ordinaria. Dove il prelievo diventa troppo pesante e imprevedibile, si cerca una via d’uscita. Il sistema si spezza perché è stato reso insostenibile nella sua parte centrale.

Il paradosso è evidente. Da un lato si difende il sistema a carico crescente come principio di equità; dall’altro si costruisce un mosaico di regimi differenziati che distruggono ogni equità orizzontale. A parità di reddito complessivo, l’incidenza fiscale varia enormemente in base alla forma giuridica e alla fonte del reddito. Non è giustizia: è arbitrio normativo. È la conseguenza inevitabile di un’imposta che pretende di colpire “di più” invece di limitarsi a un prelievo generale, prevedibile e non distorsivo.

A tutto questo si aggiunge l’illusione più pericolosa: che aliquote elevate producano automaticamente maggior gettito. In realtà, oltre una certa soglia, accade l’opposto. La base imponibile si restringe, l’offerta di lavoro aggiuntivo si riduce, le iniziative economiche vengono rinviate o ridimensionate. Il gettito diventa instabile, dipendente da pochi contribuenti sempre più spremuti. La progressività spinta non rafforza le entrate: le indebolisce nel tempo.

L’Irpef italiana vive stabilmente in questa zona di inefficienza. Colpisce duramente proprio i redditi più mobili e più sensibili agli incentivi, cioè quelli da cui dipendono crescita, investimenti e occupazione. Il risultato è un sistema che tassa molto, incassa meno di quanto potrebbe e frena l’economia reale.

In questo contesto, la messa in discussione della progressività non è una provocazione ideologica, ma una necessità razionale. Un’imposta costruita su una base imponibile ampia, con un’aliquota stabile e prevedibile, riduce i disincentivi, favorisce l’emersione del reddito e restituisce coerenza al sistema. Non perché prometta effetti miracolosi, ma perché rinuncia a correggere i comportamenti e si limita a prelevare in modo generale, trasparente e non distorsivo.

Finché, invece, la tassazione crescente per accumulo verrà trattata come un principio tecnicamente indiscutibile, l’Irpef resterà uno strumento di disciplinamento più che di prelievo.

Non è un problema di aliquote o di scaglioni, ma di impostazione del potere pubblico: quando il fisco non si presenta come una scelta da giustificare, ma come una necessità da accettare, ogni riforma è solo apparente. In questa cornice, la delega fiscale non può che restare un cantiere permanente e l’Irpef continuare a funzionare non come imposta sul reddito, ma come limite strutturale all’iniziativa economica.

Aggiornato il 09 gennaio 2026 alle ore 12:58