Processo alla proprietà

Ogni aumento dei canoni viene trattato come una colpa, ogni contratto come un abuso. Così, in nome dell’equità, il diritto rinuncia alle regole e affida ai giudici il compito di “aggiustare” la realtà.

Nel dibattito contemporaneo sulla proprietà, sulla casa e sugli affitti, il punto di partenza non è più il diritto, ma il sospetto. Se i canoni crescono, non si interrogano le regole che comprimono l’offerta: si mette sotto accusa l’accordo. La proprietà diventa così una colpa da spiegare, il contratto un’anomalia da sorvegliare, il giudice il correttore finale degli esiti. In questo modo, un problema complesso viene ridotto a una questione morale, mentre le cause strutturali restano intatte e, spesso, si aggravano.

Questo riflesso è ormai automatico. Ogni tensione nel mercato abitativo viene letta come una deviazione da raddrizzare, non come il segnale di un sistema appesantito da vincoli, incertezze e rischi crescenti. Si colpiscono i sintomi – i prezzi, la durata dei contratti, le scelte dei proprietari – e poi ci si stupisce se l’offerta si ritrae, se i rapporti si irrigidiscono, se l’accesso alla casa diventa più selettivo. È la logica della correzione permanente, espressione tipica dell’interventismo statale: si interviene sugli esiti invece che sulle condizioni che li generano.

Eppure, basta tornare a un giurista dell’Ottocento, Gregorio Fierli, per rendersi conto che il problema non è nuovo. Nuovo è piuttosto l’approccio. Nelle sue Osservazioni pratiche del sig. avvocato Gregorio Fierli, opera destinata a magistrati e avvocati dei tribunali toscani, il diritto della locazione è trattato con un rigore che oggi appare quasi spiazzante. Non perché manchi la tutela, ma perché essa è incanalata entro confini precisi, pensati per rendere il sistema comprensibile e affidabile.

Fierli non è stato un teorico astratto né un moralista del diritto. È stato un avvocato di prassi, formato all’Università di Pisa e cresciuto nello studio di Giovanni Paolo Ombrosi, dove ha partecipato alla sistematizzazione delle decisioni della Rota fiorentina. Le Osservazioni pratiche nascono da questa esperienza concreta: non per riformare il mondo, bensì per ridurre l’incertezza, chiarire i rapporti, limitare l’arbitrio. Rappresentano la voce di una tradizione giuridica pre-codicistica che non inseguiva esiti “giusti” a ogni costo, bensì regole stabili entro cui gli esiti potessero formarsi.

Da questa impostazione discende una distinzione che oggi tende a sfumare, che tuttavia per il giurista toscano era essenziale. La locazione non altera la struttura dei diritti. Fierli lo afferma senza ambiguità: “Il Conduttore non ha gius alcuno in re mediante la conduzione, ma soltanto l’azione personale contro il Locatore”. Il contratto genera obblighi, non una trasformazione del dominio. L’uso non si confonde con la proprietà. È una linea di demarcazione decisiva, perché impedisce di trasformare ogni rapporto locatizio in una rivendicazione permanente sulla cosa.

Questa chiarezza produce effetti sistemici. Se il diritto non confonde i piani, non ha bisogno di intervenire per “aggiustare” i risultati. Interviene solo quando c’è una violazione, non quando l’esito appare sgradito. Se qualcosa non funziona, si guarda all’inadempimento, alla mora, alla violazione del patto, non alla legittimità dell’accordo in sé. È l’opposto dell’idea oggi dominante, secondo cui il risultato di mercato sarebbe sospetto per definizione e bisognoso di correzione preventiva.

Il rigore dell’avvocato cortonese emerge con ancora maggiore forza nel ruolo attribuito al giudice. Nelle già citate Osservazioni pratiche non c’è spazio per una magistratura creativa o supplente. La decisione è vincolata a forme, competenze e procedure. Fierli lo afferma in modo perentorio: “È nulla quella Sentenza proferita, non osservato l’ordine giudiziario, e lo stile del Tribunale”. La forma non è un dettaglio tecnico: è una garanzia sostanziale. Senza rispetto delle regole del processo, la decisione non è imperfetta, ma priva di validità.

Tale passaggio parla direttamente all’attualità. Nell’epoca attuale, al contrario, si tende a giustificare la forzatura delle regole in nome dell’equità del risultato. Nondimeno, quando l’esito diventa il criterio, la regola si dissolve. E con essa la prevedibilità, che è la condizione minima perché i rapporti economici possano esistere senza trasformarsi in una sequenza di scommesse giudiziarie.

Il limite all’intervento non riguarda solo la procedura, investe anche la discrezionalità. Il civilista del Granducato lo chiarisce affrontando il tema delle perizie, sebbene il principio sia generale: “L’arbitrio del Giudice non ha luogo quando si tratta d’ispezione dell’arte”. Il giudice non può sostituire la propria valutazione soggettiva né alla competenza tecnica né alle regole del processo. L’equità non è una licenza: è un criterio che opera entro confini tracciati.

Tre affermazioni, tre pilastri: distinzione dei diritti, vincolo della forma, limite all’arbitrio. È su questa architettura che il diritto riesce a svolgere la sua funzione senza trasformarsi in strumento di intervento permanente. Non perché garantisca esiti perfetti, ma perché rende prevedibili le conseguenze delle azioni, consentendo alle persone di assumersi responsabilità reali.

In conclusione, rileggere Fierli adesso non significa rimpiangere un passato idealizzato. Significa recuperare una domanda che il dibattito contemporaneo tende a eludere: fino a che punto il diritto può spingersi senza smettere di essere diritto? Quando la norma smette di limitare il potere e inizia a esercitarlo?

In un’epoca che chiede al giudice e alla legge di correggere tutto, un avvocato dell’Ottocento ricorda una verità scomoda: il diritto funziona solo quando rinuncia a salvare gli esiti e si limita a governare le regole. Non è un’intuizione isolata: come ha già osservato David Hume, le regole della giustizia non nascono da astrazioni morali, ma da convenzioni umane pensate per garantire la stabilità del possesso e la sicurezza dei rapporti. È esattamente ciò che ora rischia di andare perduto quando si sacrificano le regole nel tentativo di “aggiustare” la realtà.

Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 11:31