Nel 1973 uscì una raccolta di saggi dal titolo Small is beautiful dell’economista britannico di Ernst Friedrich Schumacher, che acquistò immediata fama e per un lungo tempo le sue indicazioni furono seguite in economia. Il lavoro dava evidenza al ruolo delle imprese minori, o anche a quello delle piccole e medie imprese, nel sistema economico rispetto a quello delle grandi imprese; il contesto socio-economico fu di particolare rilevanza per dare alle imprese minori una solida importanza imprenditoriale, in anni nei quali l’intero sistema economico e monetario stava cambiando, creando improvvisamente una dinamica quasi ingestibile per le imprese, specie quelle maggiori.

Fino al 1971 vi era stata una stabilità assoluta nel mondo economico e negli scambi monetari, grazie agli accordi di Bretton Woods del 1945 che avevano dato certezza e stabilità al sistema dei cambi. Le grandi imprese formulavano piani e strategie a venti anni, fino al 1991, convinti dell’immodificabilità delle variabili del sistema. Quando nel 1971 Richard Nixon dichiarò la fine del Gold exchange standard si venne a creare una tempesta monetaria, acuita dalla generata crisi energetica del petrodollaro. Tutto si muoveva molto velocemente, appesantendo le grandi imprese condannate a fare l’elefante nel giardino. Così in quegli anni il piccolo diventò bello, per la sua maggiore adattabilità a un mondo in un continuo e imprevedibile movimento. In Italia in particolare, patria del piccolo e bello, il dramma delle grandi imprese fu una spinta al loro sviluppo e alla loro crescita, favorita anche dalla svalutazione della lira a causa degli effetti inflattivi generati dalla tempesta monetaria che, abbattendo i costi per l’export, ci fece diventare i primi cinesi d’Europa. L’evidenza emerge dai grafici della crescita del Sud, che si avvicina al Nord fino al 1971, per poi staccarsi nuovamente dopo. Le piccole e medie imprese del Nord avevano ripreso a correre, ma le cattedrali nel deserto al Sud soffrivano di immobilità. Le grandi imprese, poco alla volta, riuscirono a sciogliere i tanti nodi che le immobilizzavano. E presero un crescente potere, anche grazie alla finanza più propensa a cavalcare le grandi imprese che non le piccole.

Oggi, a distanza di cinquanta anni da quel periodo di cambiamenti rapidi e imprevedibili, sembra che si sia tornati ancora una volta al “piccolo è bello”, perché le circostanze in cui oggi si opera sono ridiventate rapidamente imprevedibili. Così nelle grandi imprese, specie in quelle che sembravano più innovative, come quelle della Silicon ValleyAmazon, Google, Apple, Facebook, Twitter – i licenziamenti si susseguono a migliaia ogni singolo giorno, accompagnati dalla brusca caduta dei relativi corsi azionari che riportano l’euforia finanziaria alla realtà. Il sistema finanziario che le ha accompagnate sta saltando, così le banche della Silicon Valley sono al default.

Ritornare alle piccole e medie imprese italiane è una realtà. Esse rappresentano un unico non ripetibile in altri Paesi nel mondo globale, perché sono figlie della nostra storia fatta di artigianato, individualismo creativo e sensibilità sociale. Il tessuto socio-economico composto da queste imprese rappresenta la spina dorsale del Paese. I numeri che le rappresentano sono di assoluto riguardo, a dimostrazione del loro ruolo e della loro importanza nel traghettare il Paese in questo indescrivibile caos. Le classificazioni – piccole, medie, micro – cambiano a seconda del range numerico scelto per collocarle, ma si mantiene un parallelo pur nelle diversità dei range. Le piccole e medie imprese rappresentano il 92 per cento delle imprese attive. Con l’82 per cento degli occupati totali, un fatturato di oltre 2400 miliardi di euro pari al 41 per cento del Pil del Paese e il 48 per cento dell’export, rappresentano un terzo degli investimenti. Tra esse vi sono aziende ad alta innovazione. E nel complesso, dal 2010 al 2019, sono cresciute del 6,5 per cento di gran lunga superiore alla media dell’Unione europea, mostrando una maggiore produttività.

La realtà del Paese è fatta da una storia scritta dagli artigiani e dalle imprese familiari, che rimangono tali anche di fronte a crescite dimensionali. Si forma un legame profondo quasi inscindibile tra impresa e proprietà che non esiste in altre parti come negli Usa, in cui un’impresa può sempre essere ceduta di fonte a un prezzo vantaggioso. Esiste nel nostro Paese un sistema duale tra grandi e minori imprese che convivono tra di loro, anche tramite forme di competizione collaborativa che fa crescere entrambe. Per questo risulta abbastanza sterile il dibattito sul piccolo, che non diventa grande rispetto alla storia che ha premiato il nostro duale sviluppo industriale, collocando il Paese – in gran parte privo di materie prime ma non di cervello e creatività – tra quelli a più alta industrializzazione in mezzo a giganti che guardano a noi sempre con rispetto.

Il Governo, che deve affrontare la difficile storia del nostro tempo e un suo rilancio, non può prescindere dalla sua storia e dalla consapevolezza che la flessibilità del Paese, in condizioni avverse, si gioca anche sull’elasticità adattiva delle piccole e medie imprese, che consentono al sistema un adeguamento meno traumatico rispetto alle grandi imprese, il cui fallimento porta a disastri sociali. Mentre le piccole imprese non falliscono tutte nello stesso tempo, ma in modi e tempi diversi, consentendo al sistema di modificarsi con minori traumi sociali. Speriamo che nella Manovra finanziaria non ci sia una colpevole mancanza di attenzione al ruolo delle imprese minori e alla loro capacità di generare posti di lavoro, di cui non possiamo fare a meno.

(*) Professore emerito dell’Università Luigi Bocconi

Aggiornato il 17 gennaio 2024 alle ore 06:03:18