A proposito della valuta di riserva

Ci risiamo con la fine imminente del dollaro. Da qualche settimana i media sono in fermento per la presunta caduta del dollaro Usa dal piedistallo di valuta principale di riserva. Ma questa non è una novità: la scomparsa del dollaro è un tema ricorrente. È tornata di attualità da quando il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva ha invitato i Paesi emergenti a lavorare per porre fine al dominio del biglietto verde nel commercio globale. Nella sua prima visita di Stato in Cina a metà aprile, Lula ha chiesto ai Paesi del cosiddetto gruppo di nazioni Brics, che oltre a Brasile e Cina comprende Russia, India e Sudafrica, di pianificare una valuta alternativa per l’uso nel commercio. “Ogni notte mi chiedo perché tutti i Paesi debbano basare il loro commercio sul dollaro”, ha detto Lula in un appassionato discorso alla New Development Bank di Shanghai. “Perché non possiamo fare trading in base alle nostre valute?” ha aggiunto, suscitando un forte applauso da parte del pubblico di dignitari brasiliani e cinesi. “Chi ha deciso che il dollaro era la principale valuta di riserva?”.

Possono parlare così solo le persone che hanno zero esperienza del mondo reale, del trading o della finanza internazionale e con molto tempo a disposizione per dire sciocchezze. All’inizio del 2022, il dollaro nelle riserve internazionali era superiore al 60 per cento contro il Pil degli Stati Uniti del solo il 24 percento del totale mondiale. Se si aggiunge che la maggior parte del debito nel mondo è denominata in dollari Usa si capisce quanto forte sia la dipendenza economica globale dal biglietto verde e quanto poco plausibile sia una valuta alternativa. Il problema, poi, non è tanto quello di sostituire il dollaro nel commercio come pensa Lula. Lo stato di riserva è creato dal fatto che un sacco di soldi possono essere parcheggiati con sicurezza nel mercato obbligazionario statunitense. Non è possibile farlo nel debito europeo che rimane nel caos. Gran Bretagna, Canada, Australia sono mercati non più in grado di attirare ingenti capitali. Il Giappone è troppo restrittivo nella regolamentazione valutaria e la Cina non è ancora pronta per un salto di qualità.

Il punto è: si può prezzare il petrolio in yuan, real, sterline, rupie o noccioline, ma senza un mercato obbligazionario ampio, liquido affidabile dove trasferire istantaneamente i proventi commerciali o finanziari, non si potrà mai creare un concorrente al dollaro. Quando il Brasile esporta materie prime negli Usa più di quanto spende per importare merci dall’esterno, accumula riserve in Usd che vengono subito convertiti dalla Banca centrale nelle obbligazioni statunitensi, i Treasuries, il cui mercato, il più liquido che esista, fornisce al resto del mondo ciò di cui ha bisogno: un asset sicuro e liquido dove convertire i proventi dalle negoziazioni globali. A livello internazionale, dunque, il risparmio sicuro è solo in dollari. La valuta di riserva non è poi qualcosa che la politica possa decretare ex abrupto.

È creata dalla mano invisibile che è al di là del controllo dei governi. Ciò che ha reso il dollaro la principale valuta di riserva è il fatto che gli Stati Uniti sono diventati la più grande economia basata sui consumi dove tutto il mondo voleva vendere. Una valuta di riserva non potrà mai essere originata neppure da Paesi avanzati come l’Europa o il Giappone perché le loro economie sono basate sul modello mercantilista, pensato per produrre cose da vendere agli altri. La Cina che ha compreso questa importante distinzione sta rivolgendo la sua attenzione allo sviluppo di un’economia di consumi convinta che ciò che ha reso il dollaro valuta di riserva non è stata la forza delle armi, ma l’immenso mercato interno. È questo mercato a sostenere ancora l’intera economia mondiale.

Pertanto i Brics hanno ancora bisogno del consumatore statunitense per mantenere in funzione le loro economie. Se volessero “de-dollarizzare”, dovrebbero inoltre ridurre il loro indebitamento in dollari, ma chi comprerebbe il loro debito espresso nelle loro valute e a quali tassi di interesse? Nell’economia globale, il dollaro non è stato solo sostenuto dalle dimensioni e dalla forza dell’economia statunitense basata sui consumi e sull’apertura ai flussi di capitale senza restrizioni. Tra i suoi fondamenti rientrano, le radici democratiche, i forti diritti di proprietà e lo stato di diritto e questo è il motivo per cui russi, indiani e cinesi hanno acquistato proprietà statunitensi. Di conseguenza, la profondità e la liquidità dei mercati finanziari statunitensi rimangono ineguagliate. Se fosse stato facile modificare questo solido predominio del dollaro, i Brics lo avrebbero già fatto parecchio tempo fa.

Si parlò di detronizzazione del dollaro anche quando fu creato l’euro. Ma il motivo per cui la moneta comune ha fallito come seria valuta di riserva è che non esiste alcun debito nazionale in euro. Le istituzioni hanno sempre dovuto manovrare tra i vari rischi dei debiti di ciascun Paese e tutto ciò che l’euro ha fatto è stato quello di trasferire il rischio di cambio e la volatilità al mercato obbligazionario. Ed è proprio per questa volatilità che il capitale internazionale evita il parcheggio nella valuta comune. Pertanto, l’asset più importante al mondo rimane il dollaro statunitense e i Treasuries statunitensi non hanno un concorrente come veicolo globale dove investire le riserve valutarie.  

Tuttavia è indubbio che ci stiamo dirigendo verso un reset monetario, ma per arrivarci negli anni a venire si dovrà sperimentare un dollaro forte, non un dollaro debole. Con l’aggravarsi della situazione geopolitica, i capitali in cerca di un porto sicuro si precipiteranno negli Stati Uniti provocando un tale rialzo del biglietto da creare, nel resto del mondo, gravi pressioni deflazionistiche che renderanno inevitabile una rivoluzione monetaria. Non sarà una passeggiata. Ciò porrà anche le basi per l’ascesa della Cina come nuova capitale finanziaria mondiale e, quindi, per un concorrente al dollaro.

Aggiornato il 03 maggio 2023 alle ore 09:51:12