Il turismo in Italia e la questione balneari

Il petrolio dell’Italia è universamente considerato il turismo. Per decenni il Belpaese ha vantato il primato di affluenza di turisti stranieri. Primato che abbiamo perso per ragioni legate a una cattiva promozione del “Paese più bello del mondo”. Oggi, nella classifica mondiale di presenze straniere, la nostra nazione si colloca al terzo posto dopo Francia e Spagna. I nostri diretti competitor in Europa hanno scalato le loro posizioni in classifica grazie a una migliore gestione delle strategie di marketing turistico verso il resto del mondo. Hanno saputo creare infrastrutture che sposano le esigenze dei turisti. Il loro settore turistico può contare su compagnie aeree di bandiera e hanno orientato la loro promozione verso i Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) Paesi che, in una significativa parte della popolazione, hanno raggiunto livelli di reddito della classe media comparabili con quelli del mondo occidentale. All’aumentare del reddito pro capite si incrementa la propensione al consumo di prodotti e servizi turistici. Indagini di mercato hanno appurato che i potenziali turisti provenienti da questi Paesi hanno espresso, come primo gradimento, la volontà di visitare l’Italia. Preferenza per il nostro Paese che dovrebbe essere meglio sfruttata.

La filiera del settore turistico concorre alla produzione del reddito nazionale per oltre il 13 per cento del Pil e occupa circa il 12,5 per cento della forza lavoro attiva. Una strategia complessiva di valorizzazione del nostro immenso patrimonio artistico, culturale, archeologico, paesaggistico e climatico potrebbe significativamente incrementare i flussi turistici dal resto del mondo verso il nostro Paese con enorme beneficio per l’economia in generale e per l’incremento dell’occupazione in particolare. Ne trarrebbe beneficio l’occupazione giovanile che rappresenta il tallone d’Achille della disoccupazione in Italia. La più alta incidenza di disoccupazione si concentra infatti tra i giovani di età compresa tra i 18 e il 35 anni e tra le donne. Il settore turistico-alberghiero è il comparto che maggiormente può assorbire occupazione giovanile e femminile. I fattori di debolezza del nostro comparto turistico sono essenzialmente legati all’eccessivo carico fiscale, la scarsa professionalità degli addetti in alcune aree e carenze di infrastrutture.

Un settore considerato un’eccellenza turistica del made in Italy è l’industria turistico-balneare che, negli anni del boom economico, ha contribuito al successo della filiera nel Veneto e in Romagna. Esperienza positiva che si è allargata in tutte le aree del Paese. Risulta evidente la sindrome “tafazziana” dell’Italia che ha recepito erroneamente la cosiddetta Direttiva Bolkestein. Normativa europea che riguarda la concorrenza nei servizi in Europa e non le concessioni che sono “un bene aziendale immateriale”. Il cosiddetto Decreto legge Concorrenza, che con la concorrenza nell’industria turistico-balneare non c’entra assolutamente nulla, rischia di mettere in ginocchio oltre trentamila piccole imprese italiane, prevalentemente a conduzione familiare per la messa a bando delle concessioni balneari. L’incertezza del futuro per gli operatori del settore della balneazione ha ormai bloccato gli investimenti in infrastrutture con enorme danno economico.

Se l’obiettivo della direttiva imposta all’Italia è quello di aumentare la concorrenza è meglio ampliare le spiagge da affidare in concessione piuttosto che sostituire con altri operatori quelle in essere che sono ben gestite e che sono un presidio di qualità dell’offerta di servizi. Il paradosso e che in Spagna e in Portogallo le norme garantiscono agli operatori del settore, concessioni che possono avere la durata fino a 75 anni con possibilità di trasmissione mortis causa agli eredi. In Italia gli imprenditori del comparto possono “pianificare gli investimenti” fino al 31 dicembre 2023. Forse, grazie a emendamenti della Lega e di Forza Italia al Decreto Milleproroghe, riusciranno a mantenere il loro lavoro fino al 2024. Può un governo politico che ha modificato la denominazione del Ministero dello Sviluppo economico in Ministero delle imprese e del made in Italy accettare supinamente di mettere sulla strada 30mila imprese e i loro dipendenti in forza di un’errata interpretazione della direttiva?