Ita, una privatizzazione che non decolla

Nemmeno Mario Draghi è stato in grado di portare a termine la saga Alitalia/Ita. La scelta passa ora al Governo Meloni che, come primo atto, ha deciso di togliere l’esclusiva della trattativa di privatizzazione a Certares. In questo modo, si sono riaperti i giochi per la vendita di Ita e la cordata Msc-Lufthansa ritorna prepotentemente sulla scena, permettendo di immaginare un futuro per la compagnia aerea statale italiana all’interno di un grande gruppo europeo. Va sottolineato, infatti, che la soluzione Certares non prevedeva un vero e proprio interessamento diretto di compagnie aeree, quanto solo alleanze commerciali.

Di alleanze commerciali Ita e Alitalia ne hanno avute diverse in passato, ma non hanno portato a risolvere il problema strutturale delle perdite. Nel 2019, prima della pandemia, Alitalia perdeva infatti oltre 600 milioni di euro. La riapertura della trattativa non è una cattiva notizia in sé, ma è chiaro che bisogna velocizzare il processo di vendita. Ogni giorno che passa la compagnia aerea consuma soldi del contribuente italiano e, nonostante i 400 milioni di euro di fresca ricapitalizzazione, tra qualche mese ci sarà bisogno di nuove risorse. La riapertura però non deve “annacquare” la privatizzazione: se Ita dovesse rimanere nelle mani dello Stato, potrebbe continuare certamente a sprecare soldi. Invece, se si arrivasse (velocemente) a una privatizzazione, finalmente gli italiani avrebbero l’opportunità di mettere uno stop loss.

I prossimi passi, oltre alla nomina del nuovo Cda, sono dunque essenziali per comprendere quale direzione verrà presa dall’azienda e dal Governo. Il tempo stringe e Ita ha sempre più bisogno di un partner forte e di un processo di privatizzazione vero da parte dell’Esecutivo, senza scordarsi che il trasporto aereo non è fatto solo di compagnie di volo, ma di un sistema complesso che si sta riprendendo con difficoltà dopo un periodo pandemico durissimo.

(*) Research fellow Istituto Bruno Leoni