Il siderurgico di Taranto affonda

Seguo ormai in modo sistematico le evoluzioni e le involuzioni dell’impianto siderurgico di Taranto, lo faccio sia perché sono cittadino del Salento, sia perché passano gli anni e nessuno ha il coraggio di raccontare a noi legati a questa terra almeno due cose:

In futuro la produzione del centro siderurgico non supererà i cinque milioni di tonnellate, oggi sono 3,3 milioni;

In futuro il numero di occupati diretti ed indiretti non supererà la soglia delle 7mila unità.

In realtà, dopo quattro anni dalla gara internazionale che aveva affidato ad ArcelorMittal la gestione dell’impianto, le due caratteristiche portanti dell’impianto sono ormai queste; due caratteristiche molto diverse da quelle che caratterizzavano gli impegni iniziali di ArcelorMittal e cioè oltre 10 milioni di tonnellate e 16mila posti di lavoro tra diretti ed indiretti.

Prima che arrivasse il Governo Draghi si erano succeduti come ministri dello Sviluppo economico, creando senza risolverli i problemi, Carlo Calenda il quale sottoscrisse un contratto poco garantista e forse poco conveniente, Luigi Di Maio che modificò tale contratto peggiorandolo e Stefano Patuanelli che cercò di trasferire al futuro la soluzione della crisi.

Non posso non ricordare che, nelle due sue esperienze di Governo il presidente Giuseppe Conte si era addirittura recato a Taranto e aveva chiesto ai lavoratori del centro consigli per superare le criticità (sembra una fake news, ma purtroppo è vera).

Oggi cominciano a comparire le prime posizioni dei vari schieramenti politici. Il senatore Mario Turco del Movimento 5 Stelle ha dichiarato pubblicamente: “No allo stanziamento del Governo di 1 miliardo al centro siderurgico senza vincolare le risorse alla tutela ambientale”; il parlamentare europeo di Fratelli d’Italia Raffaele Fitto ribadisce: “Ora che lo Stato è partner di Acciaierie d’Italia le priorità devono essere tre: la sostenibilità, la sicurezza e la competitività”; il senatore del Partito Democratico Antonio Misiani nel suo ruolo di Commissario del partito a Taranto ha dichiarato: “Avviare con la massima urgenza la piena decarbonizzazione degli impianti e garantire la sicurezza di chi lavora”. Infine, il presidente della Confindustria Puglia, Sergio Fontana, in una lunga intervista ha precisato: “Noi abbiamo necessità dell’acciaio perché trasversale, dalla farmaceutica all’edilizia, all’automotive. È un asset di cui non possiamo fare a meno. L’importanza dell’Ilva per la manifattura italiana è fuori discussione. Ma se vogliamo una produzione di acciaio sostenibile serve una politica europea che ci dica che l’unico acciaio da comprare è quello che ha determinate caratteristiche. Magari ad un costo maggiore ma con la garanzia che questo prodotto rispetti l’ambiente. L’Unione europea deve dirci quali sono le caratteristiche di sostenibilità sotto il profilo sociale ed economico dell’acciaio” e poi, sempre Fontana nel ribadire il ruolo della Ue ha sottolineato: “La guerra della Russia contro la Ucraina ci ha dato la consapevolezza di quanto serva una politica energetica comune. In Puglia se non ci fosse stato l’ostruzionismo al Trans Adriatic Pipeline (Tap), probabilmente avremmo il gasdotto già raddoppiato. Ecco più che pensare ai localismi serve muoversi in una dimensione europea. Lo spirito della politica energetica può essere declinato anche nell’acciaio”.

Non mi soffermo su quanto detto dal senatore Turco perché il suo Movimento proprio negli ultimi quattro anni ha, prima con il ministro Di Maio e poi con la ministra per il Sud e la coesione territoriale Barbara Lezzi, amplificato le criticità già contenute nel contratto iniziale e mi sembrano anche inattendibili le varie ipotesi avanzate durante i Governi Conte 1 e Conte 2.

Invece sia Fitto, sia Misiani, sia Fontana oltre a denunciare la difesa dell’ambiente e la sicurezza per chi ci lavora prospettano il ricorso all’Unione europea per evitare che una volta concluso l’enorme processo di bonifica e la reinvenzione integrale del prodotto “acciaio” lo stesso non sia competitivo sia nei mercati internazionali come la Cina e l’India, sia in quelli comunitari.

Penso quindi che alle due indicazioni dette all’inizio se ne debba aggiungere un’altra: un vincolo obbligato sulle caratteristiche del prodotto per evitare una esclusione dal mercato dell’acciaio prodotto a Taranto.

Sono sicuro che questa tematica e soprattutto questi tre punti sono riferimenti portanti della politica industriale condotta dall’amministratore delegato Lucia Morselli e dal presidente Franco Bernabè e sono punti che vanno affrontati e risolti con la massima urgenza avendo il coraggio di non fornire più dati e progetti ottimistici; anche perché finalmente il sindacato, per voce del segretario generale della Fim-Cisl, Roberto Benaglia ha precisato: “Il siderurgico di Taranto sta letteralmente affondando e non possiamo aspettare l’insediamento del prossimo Governo”.

Questa pesante denuncia mi preoccupa ma al tempo stesso conferma che le mie ripetute denunce e l’elencazione dei vari dati, che praticamente ribadivano che il rilancio organico dell’impianto e il risanamento della realtà urbana di Taranto necessitavano non di erogazioni da 1 miliardo di euro ogni due-tre anni ma di un versamento di almeno 6 miliardi, erano fondate. Con 1 miliardo di euro non si garantisce neppure la liquidità necessaria all’acquisto di materie prime e al tempo stesso questa emergenza di liquidità testimonia anche la non disponibilità di ArcelorMittal di investire e questo preoccupa ancora di più.

D’ora in poi, quindi, evitiamo di raccontare un futuro per Taranto falso e speriamo che il nuovo Parlamento e il prossimo Governo seguano un approccio responsabile e siano disposti a promettere le cose che si possono mantenere come d’altra parte precisò il presidente Draghi quando si insediò a Palazzo Chigi.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole