La sovranità perduta e una politica evaporata

Giacomo Leopardi nello Zibaldone scriveva: “Se noi dobbiamo risvegliarci una volta e riprendere lo spirito di nazione, il primo nostro moto dev’essere non la superbia e la stima delle nostre cose presenti, ma la vergogna” (Giacomo Leopardi, volume II, pagina 228).

Se ci guardiamo con onestà, non possiamo che provare quel sentimento descritto, che è la storia melodrammatica di un grande Paese di individualisti e geni che ha contribuito alla costruzione della civiltà occidentale, ma che non ha saputo costruirsi come casa comune. L’instabilità dell’Europa è lo specchio delle asimmetrie che minano alla base un senso di governance lasciato a una burocrazia ottusa e iper-prolifica di norme spesso irrealizzabili ma non a quella politica, promossa dai suoi padri fondatori che, oggi, si rivoltano nella tomba.

Il Paese, adesso, sta vivendo una drammatica crisi d’identità tra una dominanza esterna, che sembra voler svettare e governare i suoi processi decisionali, lesiva della sua sovranità, e il lasciare spazio a una politica evaporata senza pensiero, creatività e autorevolezza. Non vi è nemmeno quella minima traccia di orgoglio e dignità che consente di tenere alta la testa, come l’aveva tenuta Alcide De Gasperi quando era andato a negoziare in condizioni di grande debolezza la sopravvivenza della nazione con i vincitori. Siamo alla fine di un ciclo storico che ha travolto un modello socio-culturale in cui le conflittualità vanno assumendo sempre più connotazioni primitive, ciniche e feroci. Ritornano drammaticamente gli orrori delle guerre e si subisce la supremazia di un pensiero unico, che non accetta compromessi ma solo la ricerca di una suicida onnipotenza.

La crisi del nostro tempo ha sovvertito l’ordine dei valori e delle priorità, innalzando prima l’economia e poi la finanza come verità incontrovertibili anche di fronte all’evidenza della realtà che ne dimostra l’infondatezza scientifica. La cultura del nostro tempo ha creato povertà, disuguaglianza, degrado morale, disoccupazione, lo sfaldamento della società e della famiglia, l’individualismo più sfrenato che normalizza la corruzione e i comportamenti illeciti. Eppure, non ci si mette in discussione per gli interessi dominanti. Infine, l’attacco delle élite economiche allo Stato e al welfare ha separato la ricchezza dai Paesi e il potere dalla politica, che ne è diventata una ancella da guidare. Una politica debole, priva di idee e di pensiero, che trova la legittimazione nella capitalizzazione della paura, nei nemici visibili e invisibili da creare in continuazione e in funzione degli interessi dominanti.

La conferma dello scontro culturale e di valori è rappresentata dalla guerra in Ucraina, dove una battaglia, nel dramma tragico del conflitto e dei morti civili, è anche la definizione degli equilibri globali tra il modello occidentale e quello alternativo proposto dai Paesi ex-emergenti: Cina, India, Russia, Iran, Brasile, Kazakistan. Questi ultimi rappresentano oltre il 45 per cento della popolazione mondiale e sono ricchi di quelle materie prime che servono alle industrie high-tech in rampa di lancio e ai Paesi manifatturieri come il nostro. Lo scontro è, non solo politico, ma anche finanziario e funzionale a togliere al dollaro il ruolo di moneta globale. Infatti, gli scambi tra queste economie sono regolati dalle loro monete in attesa di averne una alternativa al dollaro.

La rilevanza di questo scontro è data dall’incredibile aiuto all’Ucraina fornito dagli Usa, un ammontare di mezzi bellici e finanziari pari a quelli dati ad Afghanistan, Israele ed Egitto, superando in pochi mesi tre dei maggiori destinatari di risorse di sostegni militari nella storia degli Usa. Una velocità e una somma senza pari nel nuovo secolo. Lo scontro appare sempre più diretto tra gli Usa e la Russia, anche l’Europa – su spinta degli Stati Uniti – si è giustamente mossa in aiuto della disastrata Ucraina, di fronte a maggiori tensioni e problemi determinati dalle sanzioni alla Russia, le quali sono diventate un boomerang che ha colpito le democrazie – almeno sulla carta, ma non sempre nei fatti – europee.

La guerra così aspra mette le coscienze a dura prova davanti agli eccidi che vengono raccontati. E rende difficile una chiara unanimità di decisioni. Lo scontro finanziario indebolisce l’Europa ma, per contro, rafforza gli Usa e la sua economia, favorendo la durabilità del dollaro messo a dura prova e a rischio dal suo immenso volume. E lo rafforza rispetto all’euro, che viene indebolito come si vede ogni giorno. Tutto diventa un Risiko finanziario, in cui le carte vengono date da altri. La politica finanziaria degli Usa, basata sulla stampa infinita di carta, rischia di essere messa all’angolo dai fatti e dalla sua difficile sostenibilità. Ma ora non hanno alternative.

Siamo di fronte al collasso della politica a favore della forza che finisce sempre in dramma. La mancanza di uomini politici veri, consapevoli dei drammi della guerra, della storia e delle sue vicissitudini, ha impedito la soluzione negoziata sulla questione di antichi conflitti che da troppo tempo giacevano, irrisolti, sotto le ceneri. Anche questa mancanza di cultura diventa una condizione per esercitare forme di tirannia politica, ma – quel che è peggio – anche di tirannia finanziaria.

(*) Professore emerito - Università Bocconi