Keynes e Caffè: la teoria del lavoro di cittadinanza

La grande crisi, sia economica che finanziaria, in cui è entrata l’Italia, al pari di molti Paesi in Europa, ha per il momento avuto come conseguenza i segnali di rallentamento della crescita globale. Ma nell’immediato futuro il mantenimento delle sanzioni alla Russia e le relative restrizioni energetiche preconizzano situazioni ben più preoccupanti.

Per far fronte al contesto, si è ricorsi a misure di sapore keynesiano, mettendo in discussione i modelli economici finora prevalsi. Il Pnrr ne è stata una delle interpretazioni più autentiche ma costituisce solo l’epilogo di tanti altri interventi pubblici, vuoi a sostegno delle banche, vuoi delle imprese, vuoi a supporto del consumo di beni specifici, vuoi per rilanciare i redditi delle famiglie e i consumi in generale. Sembra una svolta alla delegittimazione del modello keynesiano, che ha caratterizzato la politica economica italiana dagli anni Sessanta in poi e, soprattutto, al durissimo dibattito che vide contrapposto Federico Caffè, fedele interprete di John Maynard Keynes in Italia, agli economisti neo-liberali.

Keynes, vissuto tra il 1883 e il 1946, autore dell’opera Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, affermava che la condizione tipica del sistema economico non è l’equilibrio, ma la sottoccupazione: le risorse disponibili e la domanda sono inferiori rispetto all’offerta. Ciò in quanto, al crescere del reddito, i consumi crescono in maniera meno che proporzionale. Quindi, per poter mantenere un determinato volume di occupazione, è necessario che si effettuino investimenti sufficienti ad assorbire la differenza tra la produzione totale e i consumi. Per questo, Keynes riteneva necessario l’intervento dello Stato che, attraverso la spesa pubblica, può determinare un aumento del livello di occupazione. Di conseguenza, un aumento dei redditi delle famiglie e, perciò, dei consumi. Le imprese, di fronte alla crescita della domanda, aumenterebbero la produzione, creando così nuovi posti di lavoro e innescando un meccanismo di ripresa. Il problema della sottoccupazione sarà ancor più accentuato dalle nuove tecnologie di lavoro, che faranno venir meno le esigenze di manodopera umana in molti settori.

Seguendo le teorie dello studioso inglese, dovrà essere pertanto compito dello Stato intervenire nell’economia per sopperire ai problemi generati dal mercato in merito alla disoccupazione, assicurando il più possibile il benessere collettivo e mitigando gli effetti della recessione e della depressione economica. L’obiettivo di Keynes non era però riformare il sistema capitalistico a favore di un modello di programmazione e pianificazione totale tipico del collettivismo sovietico. Voleva, invece, promuovere la transizione a una sorta di “socialismo liberale”, un socialismo che preservasse la natura democratica e le libertà individuali – anche economiche – dei sistemi politici occidentali.

In alcun programma politico di questi giorni il tema del lavoro appare tra le priorità, mentre per Keynes e per Caffè la disoccupazione era il male sociale per eccellenza, in quanto entrambi vedevano nel lavoro la più alta espressione della dignità umana e il “pieno impiego” doveva costituire l’imperativo categorico fondamentale di qualunque Governo consapevole dei propri compiti. Per Caffè, in particolare, i vantaggi di una situazione di pieno impiego non vanno considerati soltanto sul piano produttivo ma anche e soprattutto su quello della dignità umana. A tal fine, l’economista rivendicava il ruolo dello Stato quale “occupatore di ultima istanza”, dove esso deve farsi carico di garantire, a tutti coloro che ne abbiano la capacità, il diritto-dovere del lavoro – sotto forma di lavoro di cittadinanza – considerando che un lavoro può essere socialmente utile anche se non produce utili.

Prendiamo, ad esempio, gli operai idraulico-forestali presenti in Calabria e in Sicilia. In effetti, sono in numero superiore al reale fabbisogno e il loro operato non è quantificabile in utili, ma oltre ad aver sottratto un possibile obiettivo alla criminalità, l’iniziativa ha conferito a molti padri di famiglia l’orgoglio di avere un’occupazione. La contrarietà di Mario Draghi, allievo prediletto di Caffè, al reddito di cittadinanza impostato senza paramentri riferiti all’età dei beneficiari, forse deriva dal pensiero del suo Maestro ed è collegata alla parola dignità.

La piena occupazione per questi grandi economisti rappresenta, innanzitutto, un dovere etico e morale, oltre che economico. Meglio un lavoro di cittadinanza legato a esigenze nel campo dell’educazione, della sanità, del miglioramento urbanistico e della tutela del paesaggio, che un reddito di cittadinanza concesso a un giovane ragazzo in tal modo invogliato troppo presto a una situazione di comodo, lesiva di quella dignità tante volte richiamata non solo da Keynes e Caffè.