Giovannini e l’ottimismo della ragione

Quando l’attuale ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili non sarà più ministro lo accompagnerò con enorme piacere su qualche cantiere di infrastrutture; cioè in quei luoghi dove ci sono tanti operai, dove ci sono tanti macchinari e dove, in realtà, si ha la possibilità di assistere all’avanzamento di determinate opere. E non significa nulla dire che si sono fatti passi avanti, non significa nulla dire che si stanno redigendo e ove possibile attivando i bandi di gara, non ha senso dire che si cominciano a vedere segnali di interesse ad investire, non ha senso tutto questo perché gli annunci non fanno aumentare il Prodotto interno lordo, gli annunci non incrementano la occupazione, gli annunci, addirittura, fanno perdere credibilità nelle Istituzioni.

Questa lunga premessa perché il ministro Enrico Giovannini intervenendo sul convegno finalizzato all’Economia del Mare ha fatto le seguenti dichiarazioni: “È necessario pensare in termini complessivi ad una politica industriale, non solo politica marittima. Nel tempo è stato un errore immaginare i porti come monadi dentro le nostre città, scollegati dal tessuto territoriale. Vanno pensati invece come parte integrante dei retroporti nelle Zone Economiche Speciali. Con la ministra del Sud e della coesione territoriale Mara Carfagna stiamo lavorando sulla semplificazione delle procedure soprattutto se si deve far fronte ad un ritorno di investimenti delle imprese sul territorio nazionale come effetto del reshoring (ritorno in Patria di investimenti di aziende fatte in precedenza in altre aree). Circa mille imprese si sono installate nelle zone dei retroporti. Lo sforzo in questo anno e mezzo è stato semplificare le procedure anche per evitare conflitti in tema di urbanistica con i Comuni; ci sono già molte gare assegnate e cantieri attivi. Il Pnrr ha stimolato tutti i territori a realizzare cambiamenti e quando i passi in avanti ci sono allora va dato atto del progresso”.

In merito poi alla elettrificazione delle banchine portuali il ministro Giovannini ha precisato: “I bandi sono stati pubblicati ma non dobbiamo fermarci, abbiamo avviato provvedimenti per far sì che le autorità di sistema portuale siano anche autorità energetiche. L’obiettivo è procedere con una pianificazione tra le varie modalità in un’unica visione integrata sapendo che si può contare ad esempio per il refitting delle navi non solo sui fondi del Pnrr ma anche su altre importanti risorse alcune delle quali in attesa del via libera della Unione europea”.

Dichiarazioni tutte condivisibili ma che lasciano l’amaro in bocca perché non riusciamo ad intravvedere nessuna iniziativa in impianti portuali o in aree retroportuali partite a valle dell’approvazione del Pnrr, sì non del Pnrr varato nel giugno del 2020 ma di quello approvato e condiviso dalla Ue nel marzo del 2021, cioè 16 mesi fa. Poi, sempre il ministro invoca le Zone Economiche Speciali e dimentica che dopo cinque anni (il provvedimento istitutivo delle Zes è del giugno del 2017) finora non è partito nulla se non la identificazione delle aeree e la nomina di otto commissari.

Ma sempre il ministro ci informa che circa mille imprese si sono già insediate nelle zone dei retroporti e mi sono adoperato per cercarle, per verificare se almeno non mille ma cinquecento, ma cento, ma dieci l’avessero fatto e purtroppo non ho trovato nessuna impresa che si sia insediata negli ultimi due-tre anni; questa senza dubbio non è colpa del ministro ma di chi ha fornito simili informazioni. Poi ho cercato anche l’elenco delle gare effettuate e la serie di lavori assegnati ed anche in questo caso o trattasi di opere già definite in passato e non presenti nel Pnrr o di opere per ora bandite e, come nel caso della diga foranea di Genova, andate deserte.

In realtà con queste mie considerazioni non intendo criticare il comportamento del ministro soprattutto sulla sua enfasi mediatica di descrivere un mondo, quello del comparto delle opere pubbliche ed in particolare quello del comparto marittimo, ormai ricco di iniziative realizzative in corso, ricco cioè di cantieri aperti e vero attrattore di attività imprenditoriali; capisco benissimo che l’ottimismo della speranza è sempre un’ottima modalità mediatica per non crollare nel pessimismo più grave ma forse il ministro Giovannini avrebbe fatto bene ad utilizzare la linea mediatica usata nei primi giorni, nei primi mesi del suo insediamento, quando in più occasioni ebbe modo di ribadire: “Dobbiamo far ripartire una macchina ferma da anni” oppure “dobbiamo riattivare un comparto che da almeno cinque anni è praticamente fermo” oppure “sembra incredibile ma si è rimasti indifferenti mentre il comparto delle costruzioni vedeva fallire 120mila imprese e perdere oltre 600mila unità lavorative” oppure “l’obiettivo è aprire subito i cantieri e attivare la spesa” oppure “è imperdonabile che dal 2014 al 2020 si siano spesi dei 54 miliardi di euro solo il 6 per cento”. Cioè quelle dichiarazioni erano tutte giuste e senza dubbio denunciavano il vuoto che i suoi predecessori, da Delrio a Toninelli fino a De Michele, avevano creato. In fondo ora sappiamo anche che quei tre ministri subirono anche una chiara volontà dei relativi Governi di non spendere risorse in conto capitale per garantire il pagamento in conto esercizio degli 80 euro per i salari minimi, del Reddito di cittadinanza e di Quota 100.

Il ministro Giovannini se avesse continuato a raccontare le difficoltà incontrate per far ripartire la macchina invece di raccontare che la macchina è partita, sarebbe stato quanto meno compreso ed anche apprezzato:

da chi invece dopo tanti mesi non vede nessuna concreta ricaduta del Pnrr sul territorio,

da chi rimane davvero sconcertato che lo strumento che dovrà garantire trasparenza e correttezza nelle gare, cioè il nuovo Codice Appalti, sarà pronto non prima del secondo semestre del 2023,

da chi non vede partire nessuna opera in quel territorio che è stato riferimento portante per ottenere le risorse del Pnrr dalla Unione europea e cioè il Mezzogiorno,

da chi continua ad assistere ad una diffusa indifferenza da parte del Governo per tre bombe sociali, quella di Termini Imerese, quella di Priolo e quella più drammatica di Taranto.

Ormai siamo alla fine di questa esperienza di Governo ma sono sicuro che in futuro il ministro Giovannini apprezzerà di più l’ottimismo della ragione e non quello della speranza.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole