La globalizzazione (forse) non è finita

Il professor Sabino Cassese ultimamente ha ribadito in un suo articolo che “il mondo ora non è meno globale”. E in proposito ha richiamato una definizione del filosofo tedesco Jürgen Habermas del 2006, che precisava: “Per globalizzazione si intendono i processi cumulativi di espansione mondiale del commercio e della produzione, dei mercati delle merci e finanziari, della moda, dei media e dei programmi per computer, delle reti di notizie e di comunicazione, dei sistemi di trasporto e dei flussi migratori, dei rischi generati da tecnologie usate su larga scala, da danni ambientali ed epidemie, nonché da criminalità organizzata e terrorismo”.

Senza dubbio il professore Cassese, invocando tale definizione, è convinto che al massimo la globalizzazione può ri-globalizzarsi ma non c’è nessun rischio su possibili ripensamenti sulle abitudini che l’hanno caratterizzata finora. Tuttavia penso che, indipendentemente dalla guerra in Ucraina, dal cambiamento sostanziale dei rapporti tra la Russia e i Paesi della Unione europea e dell’America, l’unico vero cambiamento che, a mio avviso, rischia di ridimensionare e forse rivedere sostanzialmente la globalizzazione sia il nuovo approccio a ciò che, negli ultimi anni, è diventato il sofisticato sistema logistico. La supply chain, infatti, ha riletto integralmente tutti i segmenti, tutte le tessere di quel mosaico logistico che aveva caratterizzato il “sistema mondo” fino alla fine dello scorso secolo. Ha preso corpo con la supply chain un processo complesso che ha coinvolto più figure professionali, attivando numerosi processi dell’ecosistema-impresa: dal flusso di materie prime legato ai processi di produzione, fino alla logistica distributiva che provvede a far arrivare il bene acquistato al cliente.

Se entriamo nel merito dell’intero impianto organizzativo, scopriamo gli anelli della supply chain, che trovano concreto svolgimento in tre fasi:

approvvigionamento: si riferisce al come, dove e quando richiedere le materie prime necessarie per realizzare la produzione;

produzione: è l’attività di fabbricazione vera e propria in cui si utilizzano le materie prime;

distribuzione: comprende tutte le operazioni che portano alla consegna di un determinato bene al cliente ed è il risultato del lavoro di distributori, magazzini, retailer e piattaforme digitali.

Da almeno venti anni ci stiamo dibattendo sulla differenza tra la supply chain e la logistica. Come riportato su vari testi, potremmo dire che la catena di approvvigionamento si riferisce al flusso completo che un prodotto attraversa dalla fase di produzione fino alla sua vendita. La logistica, invece, è parte della catena di approvvigionamento ed è l’insieme di attività organizzative e strategiche che un’impresa mette in atto per gestire i flussi di materiali, lo stoccaggio delle materie prime e la distribuzione dei propri prodotti. Possiamo quindi affermare che la logistica si occupa di fornire il prodotto giusto, al momento giusto e nel posto giusto nel rispetto degli accordi presi con il cliente (qualità, costi e così via). Le nuove tecnologie digitali e la robotizzazione dei centri logistici stanno modellando un nuovo concetto di catena di approvvigionamento.

Per questo ritengo utile ricordare quali siano gli elementi portanti della supply chain:

la gestione dei flussi di informazioni assume un ruolo chiave in quanto analizza in modo capillare modelli, strategie e sistemi;

la standardizzazione dei processi e la integrazione con i fornitori, incluso un piano per eliminare le barriere e stabilire una relazione basata sulla cooperazione a più livelli;

automazione dei processi – l’automazione industriale – da anni presente nelle fabbriche tecnologicamente avanzate, è ora parte integrante dei magazzini. E trova applicazione nella gestione delle attività di magazzino, nella movimentazione automatica dei carichi, nella pianificazione e gestione dei trasporti

Tutto ciò darebbe piena ragione al professor Cassese, se questo ingranaggio perfetto non avesse subito, non tanto l’evento bellico in Ucraina quanto le azioni assunte contro la Russia, il contestuale blocco degli approvvigionamenti energetici e l’esplosione di nuovo della pandemia in Cina, dove 400 milioni di persone distribuite in 45 città vivono in lockdown: un blocco di una porzione importante del Paese, quella che produce il 40 per cento del Pil (pari a 7.200 miliardi di dollari) della seconda economia del mondo. Una delle città simbolo della emergenza, come ho detto pochi giorni fa in una mia nota, è Shanghai: un polo manifatturiero ed esportatore. Attraverso tale porto transita più del 20 per cento delle merci della Cina e il blocco da Covid ha un impatto drammatico su tutta la filiera di distribuzione portuale delle merci.

Gli analisti della Chinese University of Hong Kong hanno previsto una perdita di 46 miliardi di dollari al mese. Questi due imprevedibili eventi hanno creato nel mondo della produzione, nel comparto della distribuzione e della logistica una psicosi che non credo lascerà tranquilli tutti coloro che vivono all’interno del complesso e difficile mondo della produzione, dell’approvvigionamento delle materie prime, della distribuzione e del mercato. E saremmo davvero superficiali, se pensassimo che questi macro-fenomeni scoppiati in questi ultimi mesi possano essere dimenticati nel momento in cui si tornasse alla normalità. Perché chi segue soprattutto il comparto della logistica, chi ormai crede nella supply chain, certamente cambierà tante abitudini. Sicuramente rivedrà integralmente la grammatica che aveva caratterizzato ciò che chiamavamo “globalizzazione”. Tutto questo lo farà, perché quando un evento imprevedibile diventa attuale, allora necessariamente si rivisitano tutte le categorie e tutti i processi che avevano reso sistematico un comportamento.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole