L’analisi geopolitica del caffè e lo sviluppo sostenibile

Il caffè è da sempre un prodotto al centro delle dinamiche internazionali commerciali, sociali e politiche. Nel corso degli ultimi anni, le esportazioni di caffè torrefatto hanno superato i quattro milioni di sacchi. Gli sbocchi più importanti per le esportazioni del caffè torrefatto italiano sono i Paesi comunitari (che assorbono oltre il 60 per cento), soprattutto Francia, Germania e Austria. Tra i Paesi non europei si pongono con quote significative la Svizzera, gli Usa, l’Australia e il Canada; mentre si registrano aumenti delle esportazioni, in particolare, nell’Europa orientale, in Cina, Israele e Corea del Sud. In Italia, i consumi annuali pro capite di caffè sono di quasi sei chilogrammi.

L’Italia è il terzo più grande Paese al mondo per l’importazione di caffè verde e rappresenta il terzo Paese al mondo, dopo la Germania e Belgio, per i volumi di esportazione di caffè in tutte le sue forme. Attualmente sono numerose le aziende che tentano di scrutare e analizzare il ruolo del caffè nell’immediato e prossimo futuro. Durante l’ultima edizione di HostMilano, gli espositori presentarono interessanti politiche di innovazione incentrate sulla sostenibilità ambientale. Alcune società stanno elaborando iniziative volte alla salute e alla sicurezza dei lavoratori, con l’utilizzo di materiali riciclabili, l’applicazione di tecnologie per il risparmio energetico e l’efficientamento innovativo dei processi produttivi. Risulta essere in crescita una tendenza industriale che punta alla riciclabilità e al compostaggio dell’imballaggio per il confezionamento del caffè. La green economy e l’attenzione verso l’economia circolare portano alla richiesta di mono-materiali, accelerando lo studio nei laminati e nella progettazione delle linee di confezionamento di nuova generazione.

Tuttavia, l’80 per cento del caffè a livello mondiale è prodotto da 25 milioni di piccoli agricoltori che coltivano piccoli appezzamenti insieme alla propria famiglia. Si calcola che 125 milioni di persone dipendono dal caffè per la loro sopravvivenza, lavorando per mettere i chicchi nelle mani dei grandi proprietari terrieri o degli intermediari locali. La filiera del caffè è complessa e i chicchi attraversano numerosi passaggi prima di arrivare ai consumatori. Contadini, commercianti, trasformatori, esportatori, torrefazioni e supermercati sono i principali protagonisti della filiera del caffè. La maggior parte dei contadini non conosce la sorte del prodotto finale e del prezzo al quale sarà venduto. All’interno dei meccanismi economici internazionali legati al caffè ritroviamo un modello imprenditoriale neocoloniale che concentra benefici, dissemina povertà e che sfocia in un costo umano altissimo. Pesanti violazioni dei diritti umani per i lavoratori della filiera, che soffrono di povertà, fame, malnutrizione e sfruttamento del lavoro minorili, sono all’ordine del giorno.

Questo rende l’industria del caffè, parallelamente a quella del cacao, tra le più crudeli al mondo. Riassumendo, nel Sud del mondo le coltivazioni avvengono in grandi piantagioni a produzione intensiva, presso le quali le popolazioni indigene trovano lavoro come braccianti o da piccoli produttori che non hanno accesso diretto al mercato e si vedono costretti a vendere il loro raccolto a intermediari locali spesso privi di scrupoli. Questi vendono, a loro volta, il caffè a società multinazionali, che stabiliscono e fissano il prezzo. Anche in questo caso, i consumatori possono incidere su tale mercato, scegliendo i prodotti da acquistare, preferendo le società che promuovono la tracciabilità del prodotto, garantiscono il rispetto dei diritti dei lavoratori e promuovono politiche sostenibili e a basso impatto ambientale.