Le alleanze obbligate contro un nemico comune

Il professor Sabino Cassese, in un suo articolo sul Corriere della Sera (sul G20), ha tra l’altro precisato: “Draghi ha affermato, in apertura dell’incontro romano, che “agire da soli non è un’opzione possibile”. Ha aggiunto che “il multilateralismo è la migliore risposta ai problemi che affrontiamo oggi”. Ha parlato persino di una comunità globale. Mai come oggi è stato chiaro che – a differenza dei sovranisti – problemi globali richiedono soluzioni globali. E che queste bisogna cercarle anche se la “comunità globale” non ha unghie e denti, in altre parole non può imporre con la forza il rispetto di obiettivi e regole”. E poi conclude quando le nazioni dialogano, confliggono, negoziano, non si fanno guerre”.

Tutte considerazioni ed apprezzamenti condivisibili; io però ne aggiungo un’altra: il G20 di Roma, anche se non ha prodotto avanzamenti concreti e misurabili, anche se non ha raggiunto gli obiettivi sperati e annunciati in anticipo, ha però preso atto di avere un nemico comune, di avere una occasione in più per evitare di essere soli, per costruire insieme una strategia che difficilmente in passato si era stati in grado di costruire e, anche l’atteggiamento nei confronti dei Paesi più poveri, nei confronti dei Paesi lontani da soglie economiche adeguate, si è trasformato, per la prima volta, in un convinto impegno ad assicurare davvero, ripeto davvero, risorse finanziarie adeguate.

Il motore di questo cambiamento, il motore di questa vera rivoluzione comportamentale è da ricercare solo e soltanto in ciò che nel titolo ho chiamato “nemico comune” e cioè la pandemia. In realtà, l’impegno sul clima, l’impegno sulla necessità di porre un freno alla corsa del pianeta verso un collasso irreversibile è e rimane un “impegno”, è e rimane un obiettivo che riguarderà una fase futura (si parla di date annunciate come il 2030 e il 2050); si parla di impegni che saranno onorati da altri, da responsabili di Stati che nel frattempo si evolveranno o regrediranno, invece il Covid-19 è un drammatico fenomeno reale ed attuale che in passato non aveva mai colpito in modo così diffuso e contestuale il pianeta.

Questa contestualità, quindi, non ammette impegni o promesse con scadenza indefinita; ci sono Paesi in Europa come la Ucraina, come la Lettonia, come la Russia e ci sono Paesi in Oriente come l’India o come l’intero continente africano in cui la percentuale di persone vaccinate supera di poco il 15-20 per cento e questo trasforma le storiche prese di posizione, le ricche dichiarazioni congiunte dei passati G20, in un misurabile e dettagliato atto di trasferimento di risorse e di vaccini in queste realtà a elevato rischio sanitario.

È sicuramente un atto carico di convinto egoismo, mai come in questo momento tutti i Paesi avanzati comprendono il rischio di un mantenimento per lungo periodo di una pandemia non solo diffusa ma presente in realtà territoriali lontanissime ma sedi di prodotti di base o semilavorati essenziali per la crescita di Paesi industrialmente avanzati. E questa sensazione la parte del Pianeta ricca la sta vivendo proprio in questi ultimi mesi, in questi giorni, sia sull’approvvigionamento delle materie prime, sia sulla logistica legata al trasferimento delle varie filiere merceologiche; in proposito, ricordo l’aumento folle del ferro, del legno e di alcuni prodotti essenziali come ad esempio il litio. Ricordo la corsa all’approvvigionamento di tale prodotto; il materiale definito “da batteria”; un materiale sempre più difficile e costoso da reperire; l’allarme sugli approvvigionamenti ha già cominciato a suonare e gli speculatori hanno fiutato l’affare: ci sono fondi che stanno facendo incetta di metallo. Il risultato è che in un paio d’anni i prezzi del litio e del cobalto sono più che triplicati. E ancora più preoccupante è anche il costo della logistica: solo a titolo di esempio il costo del trasferimento di un container dall’oriente alle zone del Mediterraneo è passato, nell’arco di pochi mesi, da 2.100 euro ad oltre 14.000 euro.

Quindi la guerra alla pandemia, obbligatoriamente, ha reso utile ogni incontro dei governanti del pianeta coinvolti direttamente o indirettamente in questa azione che non ammette e, soprattutto, non consente comportamenti autonomi, non ammette nessun atteggiamento sovranista e isolato. Stranamente anche se l’incontro di Glasgow riveste una tematica di rilevanza planetaria come la riduzione delle emissioni per evitare l’aumento della temperatura del pianeta, tuttavia la esplosione delle tensioni tra Stati emergenti non riesce a dare forza unanime a una simile finalità. Infatti, per i Paesi emergenti tutto questo vuol dire la perdita di molti posti di lavoro: interessi mondiali e interessi nazionali confliggono e non è facile affrontare e risolvere un simile conflitto. E come detto prima la soluzione di questa tematica viene trasferita al futuro.

Ebbene, il grande dramma della pandemia, che tutti stiamo vivendo, ha dato vita a una grande occasione e ha fatto scoprire a tutti i fruitori del pianeta la esistenza di un nemico comune che non può essere vinto senza il coinvolgimento di tutti e questo scontro dovremo forse viverlo e gestirlo, non per un arco temporale limitato, ma diventerà una obbligata abitudine delle future fasce generazionali. È interessante concludere che questo apprezzabile coinvolgimento di tutti i Paesi non nasce da un convinto atteggiamento lungimirante ma da un diffuso e cosciente egoismo, da un forte senso di autodifesa, di naturale forza mirata alla propria sopravvivenza. Non fa niente, è fondamentale e interessante che questo comune nemico diventi, nel tempo, un deterrente essenziale per il sistema dei conflitti.

(*) Tratto dalle Stanze di Ercole