Global tax: equità o masochismo?

Il commissario europeo all’Economia, Paolo Gentiloni, l’ha definita una riforma storica, una ristrutturazione del sistema globale di tassazione che si fa “una volta ogni secolo”, aggiungendo che i vincitori della crisi, che stiamo ancora attraversando adesso, dovranno dare il loro contributo. I ministri dell’Economia del G7 riuniti a Londra hanno infatti raggiunto uno storico accordo per stabilire un minimo di tassazione (fissato al quindici per cento) su scala globale per le grandi multinazionali come Amazon, Google, Facebook e simili.

Inoltre, il venti per cento dei profitti delle grandi compagnie che eccedono il dieci per cento di margine verrà allocato ai Paesi dove quei guadagni sono stati effettivamente realizzati e dove verranno tassati. In questa maniera – dicono i titolari dei dicasteri economici dei Paesi maggiormente sviluppati – si porrà fine alla pratica di dichiarare profitti nei “paradisi fiscali” in cui queste grandi aziende hanno solo il domicilio legale.

Sul tema si è espresso anche il premier italiano, Mario Draghi, che ha definito questa scelta un passo storico verso una maggiore equità e giustizia sociale per i cittadini. Secondo i sostenitori di questo provvedimento, esso avrà un effetto positivo non solo sul piano economico ma anche sul clima politico e sociale: ci si chiede, infatti, per quale motivo le aziende che non hanno la possibilità di spostare la sede fiscale o il domicilio legale – o la stessa produzione – in realtà con un livello di tassazione più conveniente dovrebbero pagare molte più tasse rispetto a quelle di una multinazionale che realizza profitti esorbitanti.

Il ministro italiano dell’Economia, Daniele Franco, precisa che tale misura diventerà operativa fra qualche anno e andrà a sostituire la “digital tax” approvata da alcuni Paesi europei (Italia inclusa) sugli utili dei “giganti del web”. L’accordo del G7 non è definitivo: si dovrà trovare un’intesa anche tra i centotrentanove Paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo Sviluppo economico) e dovrà infine essere sancita dal G20. Pare che sia stato decisivo il benestare dell’Amministrazione americana di Joe Biden e del segretario al Tesoro, Janet Yellen, che da tempo accarezzavano un simile progetto.

Sicuramente, l’idea di una tassazione minima globale da applicare alle multinazionali e di rendere per le stesse più difficile rifugiarsi nei “paradisi fiscali” è qualcosa di gradito alle piccole e medie produzioni, ma anche alle stesse grandi aziende che, pur esportando i loro prodotti e servizi, operano comunque in contesti nazionali sopportando la relativa pressione fiscale. Non c’è dubbio che tale provvedimento verrà percepito come un necessario atto di equità e di rispetto nei confronti degli operatori economici più piccoli, ma altrettanto efficienti e dediti al lavoro.

Tuttavia, per qualche strana ragione, sperimento sempre una sensazione sgradevole quando sento parlare di provvedimenti “globali”: nella mia mente – forse sbagliando – li associo all’idea di un Governo mondiale, per sua natura impossibile da controllare e da limitare nell’esercizio dei suoi poteri e che, di conseguenza, non potrebbe che essere autoritario, se non addirittura tirannico. Il motivo per cui sostengo questa posizione è che i globalisti – che non sono coloro che riconoscono i benefici del libero scambio e della concorrenza internazionale, ma quelli che accarezzano il progetto di riunire tutti i popoli e le nazioni sotto un solo Governo attraverso la progressiva distruzione delle differenze e delle particolarità delle nazioni – sanno bene che fin quando gli Stati sovrani conserveranno la capacità di stabilire le aliquote fiscali in maniera autonoma, i vari Paesi saranno impegnati nella “concorrenza fiscale” nel tentativo di attrarre capitali, investimenti e lavoro. Alcuni continuerebbero ad applicare una pressione fiscale alta, ma altrettanti si muoverebbero nella direzione opposta.

A questo “pericolo” essi intendono ovviare con un minimo fiscale in tutte gli Stati, in modo che gli stessi non possano “eccedere” nella competizione tra loro e debbano conformarsi necessariamente a certi standard. Il tutto, logicamente a beneficio dei governi e a detrimento degli operatori economici, che a quel punto non avranno più scampo e dovranno sottostare ad ogni sorta di imposizione tributaria, per quanto gravosa e insostenibile possa essere.

Per certi versi, questa misura non ha nulla di diverso rispetto ad ogni altro provvedimento volto a mettere dei limiti alla libera competizione, con l’unica differenza che in questo caso essa viene interdetta ai competitor pubblici invece che a quelli privati. Bisogna dire la verità: la tassazione globale non torna certo a vantaggio delle piccole e medie imprese o dei cittadini comuni, che invece beneficiano molto di più della possibilità di avere beni e servizi a un prezzo minorato, perché prodotti in un regime fiscale meno gravoso. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che le tasse sui “ricchi” sono sempre tasse sui “poveri”, nella misura in cui il peso dell’aumentata tassazione finisce per essere caricata sul prezzo del prodotto finito, e sarà il consumatore, alla fine, a sobbarcarsi tale costo. Senza contare che per i produttori di alcuni Paesi, come quelli russi o irlandesi (dove la pressione fiscale è più bassa del quindici per cento) ciò costituirebbe una perdita. In ogni caso, non c’è alcuna certezza che tale misura riscuoterà il consenso dell’Ocse e del G20.

Il ministro Franco sulla questione si è espresso dicendo che saranno pochi i Paesi recalcitranti che non si accoderanno a questo treno globale. Forse non ha considerato che i Paesi in via di sviluppo (e soprattutto antagonisti politici ed economici dell’Occidente, come la Cina e la Russia, ma anche molte realtà terzomondiali) non vedono l’ora di poter privare il nemico occidentale della poca ricchezza di cui ancora gode: e c’è da scommettere che lo faranno respingendo tale proposta e abbassando ulteriormente le loro aliquote a un livello che i governi occidentali non potranno permettersi di sostenere. Nel frattempo, noi continuiamo a pensare a come mettere in fuga la ricchezza dalle nostre parti: ad attirarla e a beneficiarne ci penserà qualcun altro.