Reddito di cittadinanza e impiego: cortocircuito irrisolvibile?

Il problema della disoccupazione si è venuto ad accentuare con la introduzione del cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che dovrebbe meglio chiamarsi reddito di “nullafacenza”) in virtù del quale molti giovani preferiscono trascinare le loro giornate in un mero fluire vegetativo, invece di assaporare il gusto pieno della vita, che consiste nel rendersi utili alla società con l’apporto del proprio lavoro.

Ma non è sempre così. C’è di peggio: il paradosso che detto esecrando reddito ha finito col favorire le prestazioni in nero, dato che il lavoratore non può denunziare il suo datore (che ha risparmiato sugli oneri contributivi), in quanto incorrerebbe – a sua volta – nel reato di truffa ai danni dello Stato, per l’indebita percezione del sussidio statale, mentre in realtà lavora nascostamente. Le prestazioni occulte sfasano dunque le dinamiche del mercato del lavoro, creando disoccupazione per coloro che vorrebbero poter operare alla luce del sole, svantaggiati rispetto ai “più economici” concorrenti “in nero”. La demagogia che ha portato a questa nefasta situazione, è la deformazione della democrazia, della giustizia e – last but not least – dell’etica.

Le patologie del mondo del lavoro – purtroppo – non finiscono qui. Prendiamo le mosse dal “Preambolo” della Costituzione italiana, dove sono enunciati i principi-cardine concernenti la tutela dei diritti fondamentali, che essa ha recepito con norme meramente ricognitive di realtà extra e pre-statuali. Il diritto più importante che si pone come elemento identitario del carattere della Repubblica, e che costituisce il principio fondamentale posto in apertura dalla Costituzione stessa, è quello contemplato dall’articolo 1 della Carta, che testualmente recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Pur tuttavia, nel mondo del lavoro esistono realtà assai disomogenee, il qual fenomeno appare vieppiù eclatante quando il datore di lavoro è proprio lo Stato. Nel nostro Paese esiste infatti una macroscopica divaricazione tra coloro che hanno il cosiddetto “posto fisso”, nel comparto pubblico, e tutte le altre categorie lavorative, non solo sotto il profilo della tranquillità psicologica derivante dalla certezza del posto di lavoro, ma anche da una serie di guarentigie generalmente assenti nei rapporti di lavoro privati, seppure maggiormente tutelati in seguito alla riforma del Jobs Act. Quando si legge – ad esempio – di inquadramento organico dei precari (prevalentemente nella scuola), non si può che gioire per un provvedimento perequativo tra persone che, a parità di mansioni, non fruivano delle stesse tutele.

Esiste peraltro il fenomeno inverso, cioè la progressiva “precarizzazione” di funzioni in precedenza blindate dalla corazza del pubblico impiego, che vengono a mano a mano demandate a personale esterno dipendente da ditte private (cuochi, autisti, commessi, infermieri, vigilanza), che va a rimpiazzare quello in pianta organica. Come mai? Perché coloro che operano alle dipendenze di datori di lavoro privati, sono “meno cagionevoli” di salute e si assentano assai meno frequentemente dei colleghi pubblici dipendenti, i quali possono viceversa fruire di una serie di “offerte speciali “, che uno Stato assai generoso offre loro, con il conseguente boomerang dell’aumento vertiginoso del relativo costo del lavoro.

In una prestigiosissima Amministrazione dello Stato accadde anni or sono che un gran numero di dipendenti assegnati in posizione di comando o a contratto (quindi a titolo provvisorio) già sempre presenti e godenti ottima salute, nel momento in cui con doveroso provvedimento equitativo vennero inquadrati nei ruoli organici, iniziarono ad assentarsi con maggiore frequenza, divenuti all’improvviso cagionevoli di salute (e non solo). Ricordiamo per sommi capi la tipologia dei permessi previsti per un dipendente pubblico in pianta stabile: 8 giorni all’anno per partecipare a dei concorsi; 3 giorni per morte di un parente stretto; 3 giorni all’anno per gravi motivi personali; 15 giorni per nozze; 3 giorni al mese per assistenza ad un parente stretto gravemente disabile (Legge 104); 3 mesi all’anno per volontariato.

In ultimo, menzioniamo il congedo retribuito fino a un massimo di 18 mesi, per dipendenti a tempo indeterminato, tossicodipendenti o alcolisti cronici, inseriti in programmi di recupero e riabilitativi. Tutto ciò premesso, il pubblico dipendente che non voglia fruire di nessuna delle anzidette opportunità, ogni mese ha mediamente comunque come giorni liberi: 4 domeniche, 4 sabati, un giorno per festività infrasettimanali, 3 giorni di ferie. Per cui in definitiva lavora 18 giorni effettivi su 30.

Se, viceversa, egli svolge anche un’attività di volontariato (7,5 giorni liberi al mese), i giorni lavorativi effettivi si riducono a 10 su 30, cioè lavora un giorno sì e due no. Conseguentemente lo Stato si è trovato a non avere più la convenienza ad assumere dipendenti che esso stesso ha reso antieconomici, con il risultato che ha scelto di “privatizzare” parecchie funzioni, creando così una sempre maggiore e macroscopica sperequazione tra lavoratori di serie A e di serie B, con effetti di somma iniquità.

Si potrebbe porre rimedio a tutto ciò? Certamente, iniziando a ridurre la sciagurata proliferazione di congedi “a go-go”, così da tagliare i costi dell’impiego pubblico (con la tentazione di un doppio lavoro in nero durante i generosi congedi) e non il numero degli impiegati pubblici! Innanzi all’alternativa fra un lavoro sicuro nel comparto pubblico (scremato dall’overdose delle assenze consentite per i più svariati motivi), e un lavoro nel privato, magari meglio remunerato ma aleatorio, cosa sceglierebbe oggi la maggior parte dei giovani, che si affacciano alla realtà professionale e magari vorrebbero “mettere su famiglia”?

Calano i matrimoni e le culle sono vuote: è colpa di una generazione arida ed edonistica, o di giovani che – responsabilmente – non vogliono costruire una famiglia sulle sabbie mobili dell’incertezza lavorativa? Al lettore l’ardua sentenza!