Le vicende, umane e artistiche di Tinto Brass, sono state caratterizzate da una sfida incessante al perbenismo. Ieri è mancato il maestro del cinema senza censura. Il cineasta che ha fatto dell’erotismo l’ossessione della sua arte autentica. Dalla Nouvelle Vague all’incontro con Roberto Rossellini, fino alla svolta erotica del film La chiave, che ha celebrato Stefania Sandrelli come sogno proibito del cinema internazionale. Il regista veneziano è morto a 93 anni, lasciando un tratto inconfondibile all’insegna della sensualità e della sperimentazione. Per ricordare Tinto Brass, Rai Cultura ripropone la sua intervista del 2009 con Cinzia Tani in Visioni private, in onda domani alle 19.15 su Rai Storia e in replica sabato 7 alle 23.50. Nell’intervista, Brass parla della sua esperienza alla Cinemateque Francaise di Parigi e del suo rapporto con il corifeo del neorealismo, del quale rivede un brano dell’inchiesta del Telegiornale datata 1959 L’India di Rossellini. Con Cinzia Tani parla degli inizi della sua carriera cinematografica, come assistente di Rossellini, ma anche del maestro del documentario Joris Ivens, con cui realizza L’Italia non è un paese povero prodotto dal presidente dell’Eni Enrico Mattei e trasmesso in televisione nel 1960.
Brass si rivede, poi, in un’intervista per il programma Anteprima (1966) a cura di Pietro Pintus, realizzata sul set del suo film Yankee con Philippe Leroy e Adolfo Celi, e un’altra del 1983 rilasciata per Tuttinscena sul set de La chiave, dove compare anche la protagonista del film. Infine, su un “numero” di Mina e Raffaella Carrà dalla puntata Avanspettacolo del varietà Milleluci, Tinto Brass commenta la sensualità trasgressiva di Mina, simbolo del sabato sera Rai, e delle altre figure femminili della tivù di ieri e di oggi. “C’è sempre stata una ricerca estetica, una sperimentazione, una scelta di libertà”. Tinto Brass sintetizza così il senso del suo cinema nel messaggio inviato all’ultima Mostra di Venezia, letto dalla moglie Caterina Varzi, alla proiezione in prima mondiale della versione restaurata in 4k del suo film Col cuore in gola (1967). Assente per motivi di salute, in sedia a rotelle dopo l’ictus che lo aveva colpito nel 2010, rivendica in quelle note la cifra “grottesca e paradossale, hard, iperbolica e surreale”, contaminata da “rabbia beffarda, sulfurea e anarchica” del suo lavoro, “sia che mi occupi di temi politici, storici e sociali, sia che mi dedichi all’erotismo”. Considerato il maestro del cinema erotico italiano, anticonformista e controverso, come egli stesso ha ammesso, ha passato “quasi più tempo nei tribunali che dietro la macchina da presa: 26 film su 27 censurati, tutti tranne La Vacanza del 1971, premio della giuria al Lido”. Tinto Brass, all’anagrafe Giovanni, nasce a Milano il 26 marzo 1933, anche se Venezia sarà la sua città di adozione. Dopo la laurea in giurisprudenza, negli anni Cinquanta va a Parigi dove lavora come archivista alla Cinematheque Française ed è aiuto regista di Alberto Cavalcanti e di Joris Ivens. Al ritorno in Italia la sua formazione si completa nel 1959 come aiuto di Roberto Rossellini sia per India che per Il generale Della Rovere.
Esordisce alla regia nel 1963 con Chi lavora è perduto, critica del lavoro alienato (subito nel mirino della censura per l’insofferenza verso il potere e le sue istituzioni) e, alla fine degli anni Sessanta, dopo alcuni film sempre dedicati ai temi del lavoro, inizia il periodo londinese, sempre perseguitato dalla censura. Gira Col cuore in gola, L’urlo, Nerosubianco e La vacanza, con Vanessa Redgrave e Franco Nero, con cui vince nel 1971 il Premio della giuria alla Mostra di Venezia. È l’ultimo atto da regista ancora parzialmente ortodosso, prima di quegli anni Ottanta che vedranno la sua svolta erotica che gli permetterà di portare sullo schermo attrici sempre poco vestite, da Serena Grandi a Debora Caprioglio a Stefania Sandrelli. “Ho sempre fatto spogliare le attrici completamente nude facendo recitare loro qualche battuta inventata sul momento. Tutte accettavano e io ero capace di capire subito quello che avrebbero fatto sul set già da come si muovevano durante il provino. Una volta arrivò Aldo Busi vestito da donna, gli ho fatto il provino, perché non sospettavo nulla. Poi, quando me ne sono accorto, mi sono messo a ridere e l’ho mandato via”, uno dei suoi racconti.
Dirige film come Salon Kitty, incentrato sul sesso e sul suo rapporto con il potere e con il denaro; Caligola, con Malcolm McDowell nei panni dell’imperatore, Teresa Ann Savoy (Drusilla) e Peter O’Toole (Tiberio), sequestrato per oscenità; Miranda, con Serena Grandi; Capriccio, con Francesca Dellera; Paprika, con Debora Caprioglio; Così fan tutte con Claudia Koll; L’uomo che guarda (tratto dall’omonimo romanzo di Alberto Moravia); l’autobiografico Fermo posta Tinto Brass; Monella, con Anna Ammirati; Senso ‘45 con Anna Galiena; Fallo! e, nel 2005, Monamour, ultimo suo lavoro e il primo girato in digitale. Brass appare anche come attore, in film come La donna è una cosa meravigliosa di Mauro Bolognini e Lucignolo di Massimo Ceccherini; collabora con la rivista Penthouse. È stato molto amico di Federico Fellini, anche lui amante dell’erotismo, ma più popolare e mai portato oltre certi limiti. In occasione dei 90 anni il Centro sperimentale di cinematografia ha acquisito l’archivio personale del regista, schedato minuziosamente grazie al lavoro di raccolta, riordino e classificazione da parte di Caterina Varzi. Per l’Enciclopedia del Cinema Treccani, Tinto Brass “è stato un regista di film spesso provocatori, ma sempre visivamente accattivanti, capaci di suscitare clamore e scandalo, che hanno contribuito alla demolizione di tabù sociali e filmici, rendendo estremamente popolare l’erotismo”.
Aggiornato il 05 novembre 2026 alle ore 19:15
