Quando abitavo a Roma, ho avuto modo di frequentare l’ambiente del cinema. In qualità di “figurante” musicista ho frequentato i set di Cinecittà, e ho mancato una scrittura con Sergio Leone che girò C’era una volta in America a Roma, oltre che a New York. Poi ho lavorato al centro Safa-Palatino, allora della Gaumont, diretto da Robertino Rossellini, figlio del regista. Sono stato aiuto regista di clip di videomusica, e ho anche “dato una mano” al montaggio di un film di Enrico IV, diretto da Marco Bellocchio e montato dal bravo regista Giacomo Campiotti. Anni dopo ho patto parte del team di una Film Commission.
Cito questi ricordi non per vanagloria ma perché, dopo aver letto un post su Marcello Mastroianni, sono tornato agli anni in cui le immagini avevano un alto contenuto d’arte e non andavano fruite quasi in toto su schermi di pochi centimetri. Così ho realizzato che il cinema italiano è (quasi) morto.
Mastroianni fu un attore monumentale, ma si muoveva in un contesto di produzione filmica tra i migliori al mondo. Quando mi trovai in Messico, e poi in America centrale e nelle due coste degli Stati Uniti (1981-1982), per un percorso universitario e personale, tutti coloro che mano a mano conoscevo si mettevano tutti a parlare del cinema italiano con competenza, giovani o adulti, “acculturati” oppure no che fossero. In Messico conoscevano soprattutto i film di Sergio Leone, e a memoria citavano scene e trame; apprezzavano anche Il Mucchio Selvaggio e The Getaway di Sam Peckinpah, grande regista, oggi dimenticato, che nell’America latina era apprezzato perché aveva messo in circolo la falsa diceria di avere sangue indio (nativo nordamericano). Negli Stati Uniti invece l’élite più colta conosceva soprattutto Fellini e il Pietro Germi di Divorzio all’italiana), mentre il common people apprezzava film come Brutti, sporchi e cattivi di Ettore Scola o il Dino Risi di Straziami ma di baci saziami), esattamente come in Italia, dove nei cinema popolari trionfavano soprattutto i poliziotteschi Mad in Italy e il “Pecoreccio”.
C’era comunque l’energia di un’Italia rampante, modellata come società dinamica dal liberalismo del presidente Einaudi. Una società che sapeva vivere, come descritto ne La Dolce vita e persino dal Vittorio Gassmann cialtrone de Il Sorpasso. Era soprattutto una nazione che amava ridere e ancora non viveva di astio e risentimenti come se tutti gli italiani fossero rinchiusi in un mega condominio, mentre fuori la Natura resta viva e ignorata da tutti, se non dalle parentesi turistiche e da pubblicità e programmi tivù come Geo e i documentari Disney.
Non riesco quasi più a vedere film italiani. Di amabile e grande resta Carlo Verdone, erede del grande cinema che svetta sempre sul grande Nulla delle immagini banali che scorrono dopo i titoli di testa dei film girati in Italia. L’amico Giacomo Campiotti lavora meno di prima. Margherita Vicario ha fatto un bel film. C’è Giuseppe Tornatore. Ma all’orizzonte vedo troppi giovani relitti mandati al naufragio dal sostegno elemosinatore dello Stato. I cinema si riempiono solo per i diavoli che vestono Prada o per Chris Nolan.
Quarant’anni fa buona parte degli attori di Hollywood si trovava a Roma in pianta stabile o faceva la spola sull’Atlantico. Le glorie del cinema italiano durarono finché a scrivere le sinossi e le sceneggiature c’erano i Flaiano e i Rodolfo Sonego, prima del boom della videomusica col suo linguaggio dai tempi pubblicitari e le canzoni pop anglosassoni. Dopo il videoclip sono arrivate altre alternative al cinema d’arte come le serie, che però già adesso vedono Netflix o Prime in calo, anche sotto il profilo del business.
A Roma feci a tempo a incontrare attori internazionali come Marina Vlady, che mi fece conoscere i locali e i ristoranti dove attori e registi si ritrovavano. Marina è purtroppo morta un mese fa a 88 anni. Ero diventato amico di suo figlio Pierre Hossein (figlio dell’attore) e lei mi invitò ad andare con loro a Parigi, alla fine dello sceneggiato franco-tedesco nel quale lavoravamo a Cinecittà. Mi portò nel ristorante Otello in via della Croce, dove mi fece ascoltare i nastri portati via di nascosto dalla Russia dei Soviet. Otello Caporicci custodiva le registrazioni con le canzoni di Vladimir Vysotsky, amato nella sua terra ma critico nei confronti della dittatura del “proletariato”. Erano state portate via dall’Unione Sovietica di nascosto, e anche Vysotsky riuscì a esulare da Mosca solo grazie a Marina Vlady che lo sposò e andò a litigare al Cremlino con Leonid Breznev per ottenere un visto. Purtroppo Vysotsky morì ancora giovane (di nostàlghia e alcol). Marina e Pierre mi dissero che invece era morto “de trop vie” (di troppa vita) e che anch’io ero anticonformista, anche se non ero un p'yànitsa (ubriacone). In Russia era famoso come i Beatles a Londra, e quando ascoltai quelle canzoni dolenti e cantate “di pancia” fui colpito come da una sassata.
Marina Vlady era ancora l’attrice più bella del mondo, come ha ricordato di recente Adriano Sofri su Il Foglio. Ma era soprattutto una donna eccezionale, con una storia di vita più densa di un film come Barry Lyndon o di un grande romanzo Ottocentesco.
Temo invece che il Premio David di Donatello si stia svaporando, a furia di dare premi a film e registi troppo ideologizzati e pieni di poca arte, buoni a stento per la pubblicità di un supermercato.
Se il cinema, l’arte, la piazza sono lo specchio di una società, sarà il caso di ricominciare a seminare realtà e cultura.
Aggiornato il 29 ottobre 2026 alle ore 15:09
