Olcese e il nuovo cinema d’autore
Da “La ragazza delle gardenie” di Olcese

Nel nostro cinema spirano venti nuovi che faticosamente cercano di farsi strada nel muro di banalità, ripetitività, umorismo volgare, e soprattutto, subalternità a cliché stranieri (non solo d’Oltreoceano): in direzione, possibilmente, dei grandi circuiti.

È il caso del regista ligure Christian Olcese, già scrittore e poeta (con, all’attivo, un libro, Venticinque, prefato da Sara Ciampi, più volte candidata al Nobel per la Letteratura, e un’opera poetica, L’età della Resa).

Nato a Genova, come regista Olcese ha già realizzato un corto, Lettera a Faber, commemorante De Andrè nel giorno della sua morte (trasmesso da Rai 1); nonchè l’altro, di inchiesta sociale, Il volto nascosto del Cyberbullismo. Ora, dopo la partecipazione a vari festival e proiezioni in Italia (come a Milano, abbinato a La valle di pietra, film di Maurizio Zaccaro scritto con Ermanno Olmi), La ragazza delle gardenie, nuovo cortometraggio di Olcese, ha incontrato il pubblico a Torino lo scorso finesettimana; mentre sarà, il 25 ottobre, ad Alessandria, al Cineteatro “Alessandrino”. 

Christian, tu sei attivo in tre diversi campi: ma qual è, precisamente, il tuo modo di fare cinema?  

Vengo dalla narrativa e dalla poesia, e allora, facendo film in un’epoca in cui tutto - anche il cinema - sembra dominato dalla smania di colpire il pubblico con effetti speciali, e dall’ossessione del guadagno facile, io cerco invece di riportare un po’ di poesia, diciamo di ridargli respiro, bellezza, colore. E di creare una connessione autentica con le emozioni, lasciando che siano immagini e parole a condurre lo spettatore dentro la storia.

Mostrando, inoltre, che anche una forma breve come il corto può trovare spazio accanto al lungometraggio (l’abbinamento film classico-cortometraggio serve appunto a questo), e avviando con lo spettatore un dialogo che prosegue oltre la visione.

Ma com’è nato La ragazza delle gardenie e qual è la sua storia?

Nel 2023 incontrai Sara Ciampi, poetessa, scrittrice e critica letteraria anche lei di Genova, che ha iniziato l’attività letteraria da adolescente, e la cui vita e scrittura son state fortemente segnate dall’esperienza della tubercolosi cronica. Dimensione che l’ha portata a concentrarsi, in parte, sui temi di fragilità, dolore esistenziale e senso della vita.

Grazie a lei ho avuto modo di leggere il libro che la madre, Livia Ciampi, le ha dedicato: e mi è subito nata l’idea di ricavarne un film, cambiando la storia (senza però alterarne il profondo senso umanitario), e lasciandone intatto il titolo, La ragazza delle gardenie, e i nomi dei personaggi.

Il tuo, quindi, è un cortometraggio (di circa 16 minuti, se non erro) liberamente ispirato al libro?

Esatto. Insieme allo sceneggiatore Giovanni Robbiano, abbiamo creato una nuova storia, dove presente e passato si intrecciano. Alessandra, interpretata da Marta Gastini (affermata attrice piemontese di cinema e tv), donna in politica di oggi, divenuta ministro, torna alla vecchia casa della sua famiglia in Piemonte, con l’intenzione di venderla. Ma qui ritrova casualmente il diario, di circa un secolo prima, della prozia Rosa, poetessa: che si racconta, parlando anche del suo sentimento per il contadino Antonio (Francesco Patanè). Leggendo il diario, Alessandra ritrova molto di sé nella figura di Rosa: cambia, così, il suo rapporto con la casa, sino alla decisione di non venderla.

Non a caso, ambedue le donne, Rosa e Alessandra, sono interpretate dalla Gastini: mentre ci sono due cammei, uno del critico cinematografico, regista e direttore artistico Steve Della Casa (che fa il sindaco del luogo), l’altro, del sottoscritto (nel ruolo del portaborse del ministro).

La casa, insomma, è una “casa sul confine dei ricordi” (per dirla coi versi di Radici, mitica canzone di Guccini primi anni ’70), mentre vari sono i temi del film: anzitutto il ruolo essenziale del ricordo nella vita e per l’identità di persone e collettività, poi la duplice capacità del ricordo. Che quando riguarda fatti dolorosi, riacutizza il dolore stesso; ma nel contempo - come scrive un grande di nome Giuseppe Ungaretti – riesce, in parte, a ridimensionarlo, ad “addomesticarlo”…    

Sì. Ed è proprio nel dialogo tra le due figure femminili, lontane nel tempo ma unite da scrittura e memoria, uno dei nuclei centrali del film. Partendo dall’idea che la memoria non è solo qualcosa che appartiene al passato, ma una presenza capace di modificare il nostro modo di guardare il presente. 

Quali sono allora, i tuoi “maggiori”, i maestri cui ti ispiri?

Direi Paolo Sorrentino, ed Ettore Scola; ma soprattutto, il grande Vittorio De Sica. Perché quest’ultimo (vedi soprattutto un “cult-movie” come Miracolo a Milano) ha saputo più di altri, pur validissimi, fare Neorealismo – raccontando fedelmente un’Italia che usciva da una catastrofe immane – senza dimenticare che il cinema non può mai fare a meno di essere anche poesia, sino a contenere pure spunti favolistici e surrealistici. Questo significa, direi, fare veramente “Cinema d’autore”.  

E i tuoi prossimi progetti?

Dopo La ragazza delle gardenie, che ha già partecipato con successo a varie rassegne, come l’Ortigia Film Festival, grande appuntamento del cinema d’autore, e il Basilicata Film Festival di Rionero in Vulture, vorrei finalmente fare un lungometraggio.

Precisamente, vorrei dedicare un film alla mia Genova, con tutti i suoi tratti identitari: dal suo Centro storico, il più grande d’Italia, alla sua storica “scuola” dei cantautori (con nomi come De Andrè, Paoli, Bindi, Tenco, Lauzi, e altri); dalle sue ultra pittoresche strade, come Via del Campo o Via della Maddalena, alla sua tradizione calcistica (vedi anzitutto il Genoa, di cui da sempre sono tifoso).  

Aggiornato il 14 ottobre 2026 alle ore 14:23