All’83ª Mostra del Cinema di Venezia, ha catalizzato fortemente l’attenzione di pubblico e critica Naza: il nuovo film, centrato sul dramma mediorientale visto soprattutto dall’inferno di Gaza, di Yuval Abraham e Rachel Szor (ambedue ebrei israeliani). Due dei quattro registi che già avevano firmato il documentario No Other Land, vincitore dell’Oscar 2025, e dedicato ai quasi quotidiani scontri, in Cisgiordania, tra civili palestinesi, coloni israeliani e Idf, dal 2019 sino a poco prima del 7 ottobre 203.
Premesso che non abbiamo ancora potuto vedere Naza (proiettato il 10 settembre a Venezia in Sala Grande del Palazzo del cinema, alla presenza di registi, produttori e giornalisti del quotidiano britannico indipendente The Guardian), osserviamo però che, raccogliendo, il film, le dichiarazioni di 24 tra ufficiali dell’Intelligence militare e soldati israeliani, tutti coinvolti nelle operazioni a Gaza, è pienamente logico che gli autori abbiano provveduto ad alterare le loro voci e rendere non visibili i loro volti (le interviste sono ambientate di notte sui tetti di Tel Aviv). Si tratta, per quest’ultima circostanza, di una delle principali obiezioni rivolte a Naza dai contestatori del film: ma va tenuta presente la forte gravità e delicatezza delle rivelazioni, riguardanti situazioni di estrema conflittualità e violenza.
Altro discorso, osserviamo, è possibile a proposito della piena rispondenza di queste rivelazioni alla dolorosa realtà di Gaza: nessuna base documentaria comprova le più gravi denunce di questi testimoni, rilevava pochi giorni fa, su Il Foglio, Pierluigi Battista. Mentre, sulla stessa testata, uno storico serio come il fiorentino Michele Sarfatti, specializzato in storia degli ebrei italiani e storia della Shoah in Europa, ha definito il “processo” fatto da questo film all’Idf un “processo di piazza nella migliore tradizione antidemocratica”: con l’accusa basata sul semplice montaggio di dichiarazioni di testimoni, e niente difensori né parti terze. In attesa di un automatico verdetto di colpevolezza.
Nella conferenza stampa di presentazione del film (che ha suscitato forti proteste soprattutto della destra israeliana), Yuval Abraham però ha spiegato che le “interviste sono state rilasciate con la condizione che fossero anonime e noi, come giornalisti, non possiamo parlare dei metodi e dei processi che utilizziamo, perché metteremmo a rischio quelle persone che abbiamo intervistato. Ma possiamo dire che sono persone vere”. “Sono tutti ufficiali e soldati israeliani che hanno lavorato in questa sorveglianza remota per l’uccisione dei palestinesi e nelle operazioni a Gaza”, ha detto poi sulla natura delle fonti. “Le loro testimonianze sono veramente l’opposto di una finzione”.
In questi stessi giorni, è nelle sale l’altra pellicola Palestina 36 - Quando tutto ebbe inizio, della regista, sceneggiatrice e produttrice cinematografica palestinese Anne-Marie Jasir: film candidato come migliore pellicola straniera agli Oscar 2026, coprodotto da Palestina, Francia, Regno Unito, Usa, Qatar, Danimarca e Norvegia, e presentato, nel 2025, al Toronto International Film Festival.
Con buona ricostruzione ambientale, la pellicola però, focalizza i fatti del 1936-39 - la grande rivolta araba di Palestina contro la Gran Bretagna, mandataria, dopo la sconfitta dell’Impero ottomano nel 1918, per Palestina, Giordania e Iraq - solo dal punto di vista arabo. Tacendo, poi, su quelle che furono le infiltrazioni naziste nella rivolta, in chiave anti-inglese e, soprattutto, contro gli ebrei, all’epoca in arrivo in Palestina da tutto il mondo (nel ’37, il gerarca in carriera Adolf Eichmann, come esperto di ebraismo e sionismo, sotto copertura visitò Haifa e vari kibbutz, prima di essere scoperto ed espulso dagli inglesi…). E finisce col raccontare, in modo a volte scorretto, vari fatti di allora, precedenti di soli dieci anni il risveglio di Israele del 1948 e la sua Guerra d’Indipendenza. Tacendo, anzitutto, che le Commissioni governative create prima da Londra, poi in collaborazione con Washington, per proporre soluzioni apprezzabili al problema della Palestina (dove convivevano, con crescenti difficoltà e in un ambiente naturale con gravi carenze idriche, arabi ed ebrei), cioè la Peel del 1937 e la Morrison-Grady del ’46, nell’affrontare la spinosa questione di un’inevitabile spartizione della Palestina, in un primo tempo si mostrarono addirittura più favorevoli agli arabi che agli ebrei. Ai quali, sulla carta era stata riservata una porzione di territorio locale assai più ristretta di quella assegnata agli arabi: e, soprattutto, divisa in due da una sorta di “corridoio” Gerusalemme-Giaffa riservato alla Gran Bretagna.
Ma la pervicace opposizione dei dirigenti arabi a qualsiasi soluzione diversa da quella di una Palestina araba, e le contrarietà e incertezze presenti, specularmente, anche nel movimento sionista (i cui massimi dirigenti, formanti l’Esecutivo dell’Agenzia ebraica, a Parigi ad agosto ’46 avevano però accettato il piano di spartizione della Palestina) fecero naufragare tutto.
Bravi, comunque, gli interpreti di Palestina 36. Karim Dawud Inaya è Yusuf, giovane palestinese pendolare tra il suo villaggio natale e Gerusalemme, dove lavora come autista di Amir, importante giornalista ammanicato con le autorità britanniche (con lui lavora la moglie Khulud, più vicina alla causa araba, adeguatamente resa da Yasmin Al-Masri). Jeremy Irons è perfetto nei panni dell’Alto Commissionario britannico Arthur Greenfell Wauchope, tentato dall’idea d’una repressione piena dell’indipendentismo arabo, stile Irlanda o India di Mohandas Gandhi; l’altro inglese Robert Aramayo è l’ufficiale Charles Windgate, fedele esecutore delle direttive di Wauchope e spietato carrierista.
Aggiornato il 22 settembre 2026 alle ore 16:26
