Il libro di Nunzia Scalzo – nota grafologa forense catanese, giornalista, studiosa di filosofia del linguaggio – dall’accattivante titolo La regola dell’ortica, edito da Feltrinelli – inaugura una forma nuova e inedita di romanzo di taglio investigativo. Non si tratta infatti di un “giallo” nel senso tradizionale del termine: e neppure di un percorso investigativo del solito commissario o ispettore di polizia, figure ormai pericolosamente inflazionate nel panorama letterario non solo italiano. Si tratta invece di un compendio narrativo sapientemente edificato che, prendendo le mosse da un suicidio (che forse potrebbe essere un omicidio) effettivamente consumato a metà degli anni Sessanta, non si limita a lumeggiare i passaggi strettamente investigativi, ma dischiude un nuovo comparto di conoscenza a partire dalla prospettiva della protagonista Bea Navarra, la quale, da esperta grafologa, cerca nei grafemi della scrittura l’anima stessa dei personaggi che popolano la scena. La scrittura, insomma, come impronta visibile – quasi si trattasse di impronta digitale – del modo in cui ciascuno di noi vede e si muove nel mondo, si rapporta con gli altri e, alla fine, perfino con sé stesso.

Ne viene che la grafologia si lascia cogliere non soltanto come una tecnica di ricerca oggettivale, ma ancor prima come chiave di lettura della personalità di chi, per un motivo o per l’altro, abbia vergato di mano propria anche poche parole su un foglio bianco. Sulla scorta di questa consapevolezza, Bea Navarra, senza mai tralasciare le usanze e i gusti tipici della terra siciliana ove è nata e vive, a partire da un biglietto ritrovato accanto al cadavere di una donna, scopre un mondo intero di gelosie, turbamenti, amori, odio, violenze, cinismo e insomma un campionario di varia umanità, di cui quel misfatto costituisce la sintesi estrema e terribile. E qui occorre segnalare alcune non indifferenti benemerenze della narrazione. Innanzitutto, l’adozione di una tecnica narrativa, per dir così, stratificata, in virtù della quale se un capitolo presenta lo sviluppo dell’azione, il successivo riproduce una lettera o una interlocuzione avvenuta in precedenza fra i personaggi e quello ancor seguente i ricordi di costoro o le loro paure confidate ad un amico o a un diario.
La narrazione si muove così attraverso una dinamica serie di incastri reciproci, ma tutti conducenti verso la meta da raggiungere, la scoperta della verità: delitto o suicidio? Altra benemerenza – che direi di carattere perfino teoretico – sta proprio nella “regola dell’ortica” che, governando, al di là della lezione botanica, l’investigazione di Bea, dà titolo al romanzo. Infatti, al pari di ciò che accade quando si stringano in mano foglie di ortica, vale a dire che il dolore delle punture si avverte solo quando si lascia la presa, allo stesso modo – nel ricercare la verità delle cose – prestare troppa attenzione al dettaglio, fa perdere di vista l’insieme del quadro. Siamo qui in presenza di una prospettiva che definire culturalmente rivoluzionaria non è eccessivo. L’epoca contemporanea, infatti, ossessionata dalla settorializzazione del sapere nell’ottica della “dittatura della specializzazione”, privilegiando la parcellizzazione della conoscenza, ha tendenzialmente spodestato lo sguardo di chi invece cerchi di cogliere le vicende della vita nel loro complesso, nell’articolata dialettica che le muove e che tutte le accomuna verso il medesimo destino.
Basti pensare, per fare un solo esempio, a come e quanto una tale dittatura abbia danneggiato, impoverendolo oltre misura, il sapere medico, il quale, asservito alla tecnocrazia delle specializzazioni e dei protocolli terapeutici, ha dimenticato la clinica: ed ecco perché oggi i medici spesso ritengono – con effetti nefandi sulla salute individuale – che il loro compito sia debellare la malattia e non più curare il malato. Scalzo, attraverso la saggia tensione euristica di Bea Navarra, ci ricorda invece che – come puntualmente aveva rilevato il pensiero idealistico di Georg Wilhelm Friedrich Hegel – “il vero è l’intero”. E ciò non semplicemente perché lo affermi il filosofo di Stoccarda, ma perché è la stessa esperienza a testimoniarlo. Se si voglia davvero intendere il senso della realtà, è illusorio spezzettarne i fenomeni isolandoli uno dall’altro, occorrendo invece osarne una lettura complessiva – ovviamente molto più difficile – che sia perciò in grado, tutti correlandoli, di dar conto di ciascuno.
Ecco perché la “regola dell’ortica”, in questo libro, non rappresenta soltanto un proficuo metodo investigativo, ma prima ancora un irrinunciabile paradigma per la comprensione del mondo e dei rapporti umani. Tutto questo Nunzia Scalzo opportunamente ci ricorda attraverso una scrittura che amo qui definire “riposante” perché, pur sgorgando da un registro linguistico elevato, mai cede alla tentazione dell’arabesco o del passaggio sofisticato, accompagnando invece il lettore da una pagina all’altra come un moto ondoso lungo e continuo, capace di assecondarne ancora il desiderio di inoltrarsi nella vicenda, ma senza strappi, senza forzature: usando, appunto, di una “riposante” continuità. È una scrittura dunque che, possedendo un proprio ritmo interno, non ha bisogno di altro che di sé stessa, allo scopo di indurre alla lettura, allo scopo di mostrare davvero cosa sia la letteratura: come amava ripetere Leonardo Sciascia, uno smascheramento della verità.
(*) La regola dell’ortica: Le indagini della grafologa Bea Navarra di Nunzia Scalzo Feltrinelli 2025, 242 pagine, 14,25 euro
Aggiornato il 16 giugno 2026 alle ore 11:44
