Il clamore politico e mediatico scatenato dalla decisione del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di ammettere artisti russi alla 61ª Esposizione internazionale d’arte – fino a provocare le critiche della Commissione europea, dell’Europarlamento, del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, oltreché le dimissioni dell’intera giuria – rischia di relegare in secondo piano una questione fondamentale per ogni democrazia liberale. In una “società aperta”, per usare l’espressione di Karl Popper, è essenziale preservare la separazione tra arte e politica, così come è doveroso tenere distinti gli ambiti dell’etica, della scienza e della religione dal perimetro del potere. Le sanzioni dell’Unione europea, adottate in risposta all’aggressione russa contro l’Ucraina, rispondono a ragioni geopolitiche. Ed è qui che una coerente impostazione liberaldemocratica dovrebbe fermarsi. I princìpi della civiltà liberale non possono essere invocati a intermittenza, per poi essere disattesi nella pratica. Isolare il presidente della Biennale – che, a differenza di altri, ha scelto di sceverare la produzione artistica dal potere politico – significa entrare in una logica contraddittoria. L’arte non coincide con lo Stato, né l’artista può essere ridotto a rappresentante del regime sotto cui vive. Confondere questi piani equivale ad adottare una prospettiva che, paradossalmente, appartiene ai sistemi autoritari e non a quelli democratici.
Infatti, nei regimi autoritari l’arte viene spesso piegata a strumento di propaganda e trasformata in voce del potere. Proprio per contrastare questa deriva, la “società aperta” presuppone spazi autonomi di libertà, in cui l’espressione individuale possa sottrarsi a qualsivoglia controllo statale. Se Buttafuoco avesse ceduto alle pressioni, escludendo gli artisti russi, avrebbe accettato un principio profondamente antiliberale: giudicare un’opera non per il suo valore, ma per il passaporto di chi la firma. Accogliere un artista in una grande esposizione internazionale non significa assolvere un governo, così come escluderlo non equivale a colpirlo. La cultura opera su piani diversi rispetto alla contingenza geopolitica: agisce attraverso la circolazione delle idee, che nella “lunga durata” concorrono a scavare il tunnel del dialogo tra i popoli.
Resta allora una domanda cruciale da rivolgere a coloro che criticano l’operato del presidente della Biennale: “L’arte deve seguire le indicazioni del governo oppure va sostenuta nella difesa della propria autonomia anche quando ciò diventa difficile?”. In una democrazia liberale, la libertà della cultura è un valore non negoziabile. Scriveva Benedetto Croce: “L’arte è indipendente dalla morale e dalla politica”. Mentre Giovanni Gentile in Guerra e fede ricordava che “un’opera d’arte distrutta dai cannoni è un’opera andata perduta per tutti noi”. La libertà espressiva può essere soffocata anche senza ricorrere alle armi da fuoco: basta fare prevalere, come sta accadendo in queste settimane, le convenienze politiche. Andrej Aleksandrovič Ždanov, da lassù, se la ride.
Aggiornato il 06 maggio 2026 alle ore 09:27
