Le opere di Henry de Montherlant sono sublimi. Tanto quanto uniche. C’è allo stesso tempo distanza dell’autore rispetto a quello che racconta in maniera molto arguta e precisissima – tanto da fare pensare tutta la sua generazione che sia stato autobiografico, e in gran parte lo è stato di certo – e critica, contestazione contro la Francia colonialista del periodo. I libri di Montherlant sono veri e propri atti di accusa contro la Francia del generale Charles de Gaulle arrivato e messo poi alle strette fino a gridare: “Je vous ai entendu” cioè vi ho sentito, ho sentito le vostre proteste rivolto agli africani e ai francesi insorti contro – il colonialismo –. Erano tutti irregimentati in quel periodo storico. Chi non fosse andato a colonizzare, veniva impiccato nella indegnità morale e civile di tutto il Paese. Henry de Montherlant apparteneva alla classe alta, altissima, quella che non esiste di fatto più o si nasconde oggi, di quella classe che chiamiamo aristocrazia. Che non era un nome è uno status inutile, anzi utilissimo alla collettività perché era estremamente colto ed in essa vivevano regole ferree ispirate ai valori più alti e nobili che esistano tra gli uomini. Ovvero l’onore, la dignità, la solidarietà non solo religiosa ma umana, e il patriottismo. Valori civili elevatissimi e dignitosissimi per i quali si moriva e se proprio non fosse venuto spontaneo, si sarebbe stato accompagnati a morire. Erano principi forti, fortemente rappresentati e difesi dallo Stato, autoritario.
“La rosa del deserto” il romanzo storico tra i più importanti scritti da Montherlant non era stato pubblicato quando sfornato dal suo autore perché metteva in dubbio il credo dell’epoca cioè i valori fondanti della Francia, mostrandone le criticità. Era stato chiesto a Montherlant di estrapolare la storia di amore del luogotenente francese innamorato della indigena Radhija, e solo quella, delle seicento pagine, era stata allora pubblicata. Una storia bellissima che, per quanto nascosta la ragione e sostanza dell’intero libro, non ne copriva il vero significato. Anche la storia d’amore, forse soprattutto quella, dimostrava totalmente quanto Montherlant intendeva dire. Henry de Montherlant curava sé stesso scrivendo i suoi libri. Senza, sarebbe stato disperato con sé stesso molto prima di uccidersi ormai cieco. La sua prosa è incisiva e delicata allo stesso tempo. Leggerlo è come cambiare “livello” nella propria esistenza diventando montherlaniani in un certo qual modo.
Laico, intelligente, arguto. Nei libri raggruppati sotto il titolo “Ragazze da marito” in francese, meglio, “Les jeunes filles”, è un Montherlant scatenato, non certo misogino come era stato accusato, direi più contro gli uomini, anche contro sé stesso, contro i sensi animali impazziti e poco controllati – e controllabili secondo lui – rinchiusi dentro le regole conservatrici di una società conservatrice borghese. Regole strette della convivenza civile di fronte alle quali Montherlant fa fare ai suoi numi – i protagonisti maschili dei romanzi – di tutto e di più. Infedeli, traditori, talvolta fino alla perversione e malvagità verso le poverette a tiro – le ragazze da marito appunto. Montherlant ce l’ha con il matrimonio, con le convenzioni sociali. Ce l’ha con gli uomini che approfittano di queste e con le donne per le quali prova pietà. Da cui “Pietà per le donne”. Montherlant ambisce ad amare in maniera naturale diremmo noi, la società però non è per niente naturale e quindi gli irregolari come lui ne restano fuori. Quando non decisamente scacciati e cacciati, al loro posto. Rimane allora la vita da scapoli.
Immenso il suo romanzo I celibi che, ritratto fedele di sé stesso e suo zio morta la nonna che li manteneva rendendo loro la vita pratica possibile, torce le budella al lettore che diventa questi due uomini senza senso e scopo che, soli, deperiscono. La bella vita, la vita comoda invece di chi ha aderito alla società stretta ed ai suoi premi – l’appartenere o meno alla Accademia di Francia con, diremmo noi, tutti i suoi immensi “benefits” – è descritta minutamente nel personaggio traditore per Montherlant che dopo tanti stenti per avere resistito al riconoscimento, finalmente “cede” e si ritrova accudito e bellamente nutrito financo panciuto di tutto punto grazie alle cure pagate dal premio e dall’accademia, sopravvissuto al meglio a sé stesso. Senza, la rovina fisica. Materiale.
Henry de Montherlant sente la spiritualità di sé stesso e delle cose – la natura, la coscienza, quel qualcosa d’altro che c’è oltre la materialità – ma non la indaga. Solo alcuni scritti assomigliano più a un delirio in cerca di qualcosa come nell’incipit di “Il demone del bene”, mai trovato. E neanche indagato. Eppure, Max Planck aveva cominciato a studiare i fenomeni della quantistica. C’è un sentore, permea tutti i libri, ma quando deve scegliere Montherlant decide di essere il più materiale dei materialisti ammirando Malatesta di cui dice di essere “fratello di sangue”. Malatesta era stato un condottiero violento ed efferato e, al potere, aveva fondato la biblioteca. Cioè il sospetto per la costruzione della mente e dello spirito lo aveva avuto. Montherlant si fa ritrarre con il busto di marmo di Malatesta. Si fa seppellire metà nel Tevere qui a Roma, metà nella Senna a Parigi. Un uomo che cerca oltre l’uomo, oltre sé stesso. Oltre i principi, le consuetudini, oltre le società del momento. Alla ricerca della propria essenza. Forse anche dell’energia cosmica. Si è fermato ai sentimenti umani in cui si dibatte questa essenza. Rivolto da questa parte della materia. In “Ma amiamo quelli che amiamo?” la risposta che dà è chiara.
(*) La foto di Henry de Montherlant è di Henri Manuel
Aggiornato il 30 aprile 2026 alle ore 14:13
