Visioni. “The Pitt”, un’appassionante seconda stagione su Hbo Max

La seconda appassionante stagione di The Pitt conferma la cifra autoriale di un capolavoro. La serie tivù è indubbiamente il migliore racconto del panorama televisivo contemporaneo. Creata da R. Scott Gemmill e prodotta da John Wells e Noah Wyle, è stata pubblicata negli Stati Uniti su Hbo Max dall’8 gennaio al 16 aprile e in Italia, sulla stessa piattaforma, dal 13 gennaio al 17 aprile. Come nella prima stagione, ciascuno dei 15 episodi della serie copre un’ora di un singolo turno del Pronto soccorso del Trauma Medical Center di Pittsburgh (Pennsylvania), definito The Pitt: Il pozzo. Noah Wyle, che dà magnificamente il volto al primario di medicina d’urgenza Michael “Robby” Robinavitch, si confronta con un personaggio di rara complessità. Un uomo sull’orlo di una crisi di nervi che si trova a un bivio: continuare a combattere quotidianamente o gettare la spugna. Un interrogativo esistenziale che è anche di natura filosofica. La serie tivù, caratterizzata da una scrittura di rara sensibilità e da una messa in scena realistica, oltre al protagonista vanta un cast affiatato, di alto profilo, a cui si aggiunge la convincente Sepideh Moafi.

L’attrice statunitense di origini iraniane veste i panni della dottoressa Baran Al-Hashimi, che, molto devota alla tecnologia e poco dedita alla “cura empatica”, è chiamata a sostituire “Robby”. Per l’appunto, il Giorno dell’Indipendenza coincide con l’ultima giornata lavorativa del medico prima di un periodo di “fuga sabbatica”. Tre mesi di aspettativa che, teoricamente, potrebbero prolungarsi sine die. Chiaramente il confronto tra “Robby” e Al-Hashimi assume i contorni di un conflitto tra vecchio e nuovo. Tra modernità contraddistinta dall’Intelligenza artificiale e dall’attualità del lavoro sul campo. Due concezioni opposte di analisi clinica. Il loro progressivo cedimento si fonda, naturalmente, su basi in apparenza antitetiche. Se per “Robby” l’affanno è soprattutto psicologico, per Al-Hashimi è addirittura fisico. Due membri del reparto tornano in ospedale dopo un lungo un periodo di assenza: la caposala Dana Evans (Katherine LaNasa) fatica a ritrovare la propria dimensione dopo il disturbo da stress post-traumatico causato dall’aggressione subita in precedenza; il dottor Frank Langdon (Patrick Ball) rientra a seguito della riabilitazione da abuso di farmaci e cerca rimettersi in gioco in un luogo, per certi versi ostile.

Le vicende degli altri personaggi riguardano la sfera lavorativa e quella privata. La dottoressa Melissa “Mel” King (Taylor Dearden) deve rilasciare una testimonianza giurata per un caso di malasanità e affronta una situazione difficile che riguarda la sorella Becca (Tal Anderson); la dottoressa Samira Mohan (Supriya Ganesh) deve decidere la propria specializzazione ma vive un rapporto disfunzionale con la madre; il dottor Dennis Whitaker (Gerran Howell) conduce un’inespressa relazione con la moglie di un paziente morto; la dottoressa Trinity Santos (Isa Briones) vive nervosamente il proprio lavoro e non nasconde la propria insoddisfazione sentimentale; la studentessa di medicina del terzo anno Victoria Javadi (Shabana Azeez) è schiacciata dal confronto con i genitori, entrambi eccellenti medici. Si aggiungono tre nuovi personaggi: la sardonica studentessa Joy Kwon (Irene Choi), dotata di una memoria prodigiosa; lo studente James Ogilvie (Lucas Iverson), un enfant prodige dall’incerta tenuta emotiva; l’infermiera Emma Nolan (Laëtitia Hollard), al suo drammatico primo turno in Pronto soccorso.

Un fatto è certo: la stagione numero due di The Pitt, in alcuni momenti supera l’intensità narrativa del primo capitolo, raccontando un frenetico 4 luglio vissuto tra le corsie di un problematico reparto d’ospedale. Paziente dopo paziente, ogni personaggio si ritrova al cospetto di una scelta definitiva. Una decisione da affrontare in piena consapevolezza, non più rinviabile. Nel nuovo racconto fa il suo ingresso anche un elemento politico-sociale inedito. Un territorio inesplorato rispetto alla prima stagione. I medici del Trauma Medical Center si occupano dei pazienti mostrando un’attenzione speciale nei confronti di coloro che non possono permettersi di sostenere economicamente le proprie cure. È questa la cesura netta fra la prima e la seconda stagione. Ma c’è di più. Nel secondo capitolo viene messa in scena una pressione costante, quasi insostenibile, con cui i personaggi devono fare i conti.

La recensione della prima stagione della serie tivù The Pitt.

Aggiornato il 23 aprile 2026 alle ore 17:13