Le presentazioni sono quasi sempre noiose, se non proprio insopportabili. Il libro non è mai protagonista, lo scrittore men che meno: magnifici sapientoni si esibiscono sul tuttaltrismo grandangolare polverizzando l’argomento che si dovrebbe trattare. Ci sono casi in cui abbiamo la fortuna di imbatterci in qualcosa di attinente al senso dell’opera, ma questo accade in genere quando l’opera in questione non ha alcun senso. Quel che non puoi vedere-tentativi di visione non è solo un libro, è un mondo, un universo del nulla, dove tutto è coerente con sé stesso. E per appena quarantacinque euro si può comprare un cofanetto con libro, accessori e firme esclusive degli autori di quest’edizione, preziosamente limitata a duecentosettanta copie. L’evento inizia con introduzione informale, a cui segue la proiezione di un’indefinibile sequenza amatorial-pro di non-immagini semibuie: ferro, legno, non si sa, si deve intuire usando l’anima come tramite.
Suoni ad alto volume che sembrano mixati da una fonderia, un’acciaieria, una trafileria, producono nel pubblico acufeni destinati a durare per giorni, ma era tutto studiato, anzi, composto da un musicista. Momento clou è quello in cui appare una gabbia con una candela, poi una seconda gabbia con candela, infine una canna a cui il protagonista misterioso appende le due gabbie, le solleva e le riposa lentissimamente. Il pubblico è rassegnato all’idolatria con cui sarà trattata questa scena, fondamentale per imparare a convivere con l’uguisubari, il pavimento giapponese che emette rumori quasi magici, mica scricchiolii come casa della nonna, dove i suoni lignei servono da antifurto. Qui è arte nell’arte nell’arte. E il legno nipponico sa fare la sua parte. Il pubblico vorrebbe trarre conclusioni, ma non osa: alla fine del lunghissimo cortometraggio i tre dòtti che dovranno decrittare tanta frittura d’aria non si concedono subito, anzi, escono. Forse a fumare, forse a purificarsi.
La dozzina di invitati all’evento comprende e attende, in religioso silenzio. Finalmente tornano, e la prima inter pares inizia a parlare con una faccia complice che sollecita consensi in cambio di ammiccanti sorrisetti macabro-soft. Spiega che l’artista anticipa sempre lo psicanalista, poi raccomanda di cercare di trovare di vedere, ma rimarrà sempre qualcosa di misterioso in questo cammino dell’esistenza in cui si può procedere in modi diversi. Tutto questo, alla dozzina potrebbe non bastare, e allora ricorda come sia opportuno tessere a seconda della prospettiva di cui si parla: quando si apre la porta si vede la prospettiva riflessa di quel punto vuoto. I meno giovani intuiscono che, a questo punto, il tempo è tornato indietro magicamente a quel Sessantotto farcito di libri in grado di far sentire geniali tanti lettori che annuivano senza capire. Uno a caso, Logica della contestazione di Franco Spisani: “La scrittura ascitizia del diverso soffoca l’individuo; e allorché la dialettica rinfaccia la confortevole, levigata, ragionevole, democratica libertà…oppure lamenta la desublimazione controllata”. Parlano in tre, attirando silenziosi consensi sulle scelte libere e democratiche proposte in sequenza: andare, non andare, capire, non capire, volare, non volare.
Al termine, pochi non adepti escono, gli altri sorridono, contemplano, bevono bicchierini di tè, qualcuno ha risolto i problemi dell’anima, qualcun altro aspetta una nuova performance. Due increduli sprovveduti, invece, hanno un sogno molto più terreno, sperano che le loro orecchie smettano di ronzare perché due giorni dopo li attende un’altra presentazione. Non di un libro: un vinile napoletano che riconcilia con il mondo, interpretato da una donna che si permette di parlare d’amore, di passione, banalità che non fanno scricchiolare i legni giapponesi trasmettendo messaggi reconditi. Roberta Tondelli sussurra qualche strofa a cappella, con un sottovoce delizioso, siamo pur sempre nella sala-stampa della Camera dei deputati. E c’è una delegazione parlamentare della Mongolia che l’ha invitata a portare un po’ di Napoli nella terra di Genghis Khan. E c’è Aiana Sambuu, soprano, donna bella, alta, sorridente, coltissima, alla quale brillano gli occhi mentre parla, in italiano, con riconoscenza di chi scrisse Te voglio bene assaje. Il pavimento non scricchiola, le orecchie non fischiano e ognuno pensa: anch’io!
Aggiornato il 21 aprile 2026 alle ore 11:02
