Il concerto di sabato 28 marzo all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone si è imposto come uno degli appuntamenti più intensi e tecnicamente vertiginosi della stagione sinfonica romana, grazie alla combinazione tra la direzione lucida e rigorosa di John Eliot Gardiner (nella foto) e la straordinaria prova pianistica di Alessandro Taverna nel Concerto per pianoforte n. 3 in Do maggiore op. 26 di Sergej Prokof’ev. Fin dalle prime battute dell’Allegro brillante si è percepita una tensione nervosa quasi elettrica, una pulsazione interna che ha attraversato l’intera partitura come un organismo vivo, sospinto da un’idea del ritmo non come semplice scansione metronomica, ma come forza centrifuga, esplosiva, capace di deformare e ricomporre continuamente il materiale musicale. Gardiner ha scelto una lettura nitida, analitica ma mai fredda, capace di evidenziare le strutture interne del concerto senza sacrificarne la brutalità espressiva e l’ironia tagliente tipicamente prokofieviana. L’orchestra ha risposto con precisione chirurgica, costruendo un tessuto sonoro compatto, quasi meccanico, nel quale il pianoforte di Taverna si è inserito non come elemento sovrapposto, ma come detonatore interno del discorso musicale.
Quindi, è proprio nella parte solistica che l’esecuzione ha raggiunto il suo vertice più alto, con Alessandro Taverna che ha affrontato la scrittura impervia del concerto con un controllo tecnico assoluto, ma soprattutto con una visione interpretativa di rara chiarezza architettonica. Il suo tocco, sempre nitido anche nei passaggi più densi e percussivi, ha restituito una gamma dinamica impressionante, passando da momenti di cristallina leggerezza a esplosioni di energia quasi tellurica. L’Allegro iniziale è diventato nelle sue mani un campo di forze in continua collisione, dove le cellule ritmiche si moltiplicavano con una precisione quasi febbrile, senza mai perdere coerenza interna. In particolare, risulta alquanto impressionante la gestione delle ottave rapide e dei passaggi sincopati, affrontati con una sicurezza che non era mai mero virtuosismo esibito, ma necessità espressiva interna alla struttura del brano. Nel secondo movimento, Tema con variazioni, il pianismo di Taverna ha assunto una dimensione più narrativa e quasi contemplativa, pur mantenendo una tensione sotterranea costante. Le variazioni sono emerse come microcosmi autonomi, ciascuno caratterizzato da una diversa qualità timbrica e da un diverso grado di distorsione del tema originario, mentre Gardiner ha scolpito con grande finezza le transizioni orchestrali, mantenendo un equilibrio perfetto tra trasparenza e densità sonora. Tuttavia, è nel finale, con l’Allegro ma non troppo, che l’interazione tra direttore e solista ha raggiunto una forma di complicità quasi teatrale. Infatti, il dialogo serrato tra pianoforte e orchestra si è trasformato in una corsa sfrenata, in un vortice ritmico che sembrava sfidare continuamente i limiti della stabilità formale.
Qui l’esplosione ritmica è diventata elemento dominante, con una forza quasi anorganica che ha investito l’intero impianto sonoro e in questo contesto il virtuosismo di Taverna si è rivelato non solo brillante, ma anche abbagliante, nel senso più pieno del termine, come una luce sonora che acceca e insieme chiarifica, che dissolve e ricompone la materia musicale in tempo reale. Gardiner ha sostenuto questa corsa vertiginosa con una direzione energica ma sempre controllata, evitando ogni possibile deriva caotica e mantenendo saldo il disegno complessivo. L’impressione finale è stata quella di un equilibrio miracoloso tra due visioni musicali perfettamente convergenti, da un lato la lucidità strutturale del direttore, dall’altro l’impeto virtuosistico del pianista, capace di trasformare ogni passaggio in un evento sonoro irripetibile. Al postutto, il pubblico romano ha accolto l’esecuzione con un entusiasmo crescente, culminato in una lunga ovazione che ha sancito non solo il successo della serata, ma anche la piena riuscita di un’interpretazione che ha saputo restituire tutta la modernità tagliente e visionaria del capolavoro di Prokof’ev, mettendone in luce tanto la brutalità ritmica quanto la sorprendente raffinatezza costruttiva, in un continuo gioco di contrasti che è stato il vero cuore pulsante dell’intera esecuzione.
Aggiornato il 01 aprile 2026 alle ore 11:56
