50 Pasolini – Tra Caravaggio, Giordano Bruno e Petrolini. Questo, il titolo della pièce, scritta, diretta e interpretata da Stefano de Majo, autore e attore teatrale umbro (con laurea in Giurisprudenza), formatosi alla scuola di recitazione della regista Anna D’Abbraccio: andata ultimamente in scena al Teatro “Petrolini” di Testaccio. A poco più di cinquant’anni anni dal tragico assassinio (di cui ancora non sappiamo in pieno modalità e, soprattutto, mandanti) del poeta, regista e giornalista di Casarsa, e a quasi dieci dalla morte del suo uccisore Pino Pelosi – reo di “omicidio volontario in concorso con ignoti”, secondo sentenza del 1976 del Tribunale per i minorenni di Roma, poi modificata nei processi successivi – questa pièce, prodotta da Laros, rappresenta un doveroso omaggio a un intellettuale di cui si può variamente giudicare l’opera, anche dissentendone fortemente, ma che ha pagato con la vita la sua “diversità”. Diversità, anzitutto dal tipico cliché dell’intellettuale italiano “usignolo dell’imperatore”. Da un palco dall’essenziale scenografia, con audio, luci e proiezioni di Marcello Vanni (ripercorrenti le tappe della parabola di Pasolini dalla giovinezza in Friuli, con la perdita del fratello Guido nella strage dei partigiani moderati fatta dai comunisti confluiti nel IX Corpus titoista, a Porzûs nel febbraio del 1945), de Majo scende idealmente all’Inferno.

In cerca – da moderno Ulisse o Enea – appunto di Pier Paolo: il quale il pomeriggio del 1 novembre del 1975, poche ore prima di morire assassinato, aveva rilasciato al giornalista Furio Colombo la sua ultima intervista, dal significativo titolo: “Siamo tutti in pericolo”. E col quale, de Majo anche s’identifica, mescolando passato e presente: mentre sullo schermo scorrono le immagini dei film di Pasolini, specie di Mamma Roma, con la mitica Anna Magnani. Intanto, la bravissima Marika Brachettoni, danzatrice classica specializzata anche in psicomotoria, si lancia in coreografie ispirate al clima culturale del Novecento, e appare, in scena, nella stessa tenuta del “padrone di casa” Ettore Petrolini: in frac e cilindro. Il tutto, mentre De Majo ripercorre la trama di Petrolio, il romanzo ultima opera di Pasolini, da lui iniziato nel 1972 e poi lasciato volutamente incompiuto: di cui restano circa 500 pagine di appunti, frammenti, tracce, titoli di capitoli, e una lettera esplicativa all’amico, e collega, Alberto Moravia (pubblicati poi da Einaudi nel 1992). Tema principale di Petrolio è quello caro all’ultimo Pasolini, e cioè la denuncia della vertiginosa “trasformazione-involuzione” consumistica dell’Italia contemporanea tra gli anni Sessanta e i Settanta: vista guardando anche alle non facili vicende dell’Eni, il cui presidente, Enrico Mattei, muore nello strano incidente aereo del 27 ottobre 1962, e viene sostituito dal discusso Eugenio Cefis. Proprio fotocopie del romanzo di Pasolini, non ancora pubblicato – ricorda De Majo nella sua pièce – saranno ritrovate, sei anni dopo la morte del poeta di Casarsa, sulla scrivania di un altro intellettuale controcorrente: Rino Gaetano. Che scomparirà – anche lui in circostanze mai pienamente chiarite – in un grave incidente d’auto, a Roma sulla Nomentana, il 2 giugno del 1981. Uno spettacolo che fa riflettere sulle analogie-differenze tra passato e presente, e sull’eterno scontro tra potere e intellettuali “non organici”. Come Pasolini e Caravaggio, tra i quali de Majo evidenzia singolari analogie: come l’esistenza travagliata e le frequentazioni di “ragazzi di vita” romani (circostanza già rilevata anni fa. Studiando vari dipinti del Merisi, da un critico come Vittorio Sgarbi). O tra Pasolini e Giordano Bruno, ambedue martirizzati a Roma.
Aggiornato il 31 marzo 2026 alle ore 15:44
