Visioni. “Pupi Avati. Che cinema la vita!”, un bel doc sul regista emiliano

Un documentario racconta le, idee, le passioni e il percorso artistico di uno dei maestri del cinema italiano contemporaneo. In Pupi Avati. Che cinema la vita! di Mauro Bartoli e Lorenzo Stanzani, il regista 87enne accompagna lo spettatore alla scoperta del suo universo creativo, intrecciando memoria personale e immaginario cinematografico in un viaggio poetico e inquieto, romantico e struggente. Il bel ritratto, prodotto da Lab Film, in collaborazione con Rai Documentari, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna, è visibile su RaiPlay. È un viaggio nell’universo creativo e personale di Pupi Avati, capace di intrecciare vita e cinema in un racconto unico e appassionante. Nei suoi film, poetici e inquietanti, romantici e struggenti, si ritrovano luoghi, episodi e suggestioni della sua storia personale. Nei suoi ricordi e aneddoti dall’infanzia e adolescenza emiliana e romagnola riaffiorano scene e atmosfere che hanno reso inconfondibile il suo stile. La narrazione si sviluppa seguendo Pupi Avati sul set, ma anche in momenti di incontro con il pubblico, come quello in Piazza Maggiore nella “sua” Bologna, dove condivide momenti autobiografici e curiosità sul suo cinema.Il documentario intreccia queste testimonianze con frammenti di film, materiali di repertorio, riflessioni della critica e interventi di chi ha lavorato al suo fianco, come Neri Marcoré, Lodo Guenzi, Stefano Della Casa, Filippo Scotti, Ezio Greggio. A dare profondità al ritratto anche i contributi della sorella Mariella, della figlia Mariantonia e del fratello Antonio Avati, co-autore e produttore, con cui Pupi ha costruito un sodalizio cinematografico unico e indipendente.

Nel corso della sua lunga carriera, Pupi Avati ha realizzato oltre cinquanta film, attraversando generi diversi: dal gotico padano da lui stesso inventato, che ambienta le paure nella pianura nebbiosa e misteriosa, ai racconti di formazione e alle storie intimiste, fino ai drammi storici e ai ritratti ironici e taglienti della contemporaneità. Pupi Avati rievoca il sogno di diventare un jazzista, che svanisce quando nella band nella quale suona fa il suo ingresso il talentuoso Lucio Dalla. Ma è la visione di di Federico Fellini a decretarne la definitiva vocazione cinematografica. Attraverso sequenze dei suoi film più noti, Avati ripercorre la sua carriera di regista e sceneggiatore, dall’esordio nei primi anni Sessanta, alla realizzazione dei film che lo hanno consacrato come uno dei maggiori autori del nostro cinema. La sua filmografia si caratterizza per l’originale intreccio di realtà e fantasia, per il tema della memoria, visto spesso con un taglio nostalgico, e per una personalissima rilettura dell’horror e del genere avventuroso. Il documentario si rivela una sfida ardua, tenuto conto della vastità della produzione di Avati: oltre 55 film per il cinema, serie televisive, sceneggiati e persino l’invenzione di un genere, il celebre gotico padano. Un cinema profondamente radicato nei luoghi dell’infanzia, nelle province emiliane, nelle case silenziose e nei paesaggi attraversati dalla nebbia, capace di trasformare l’ordinario in inquietudine. Come scrive Aldo Grasso sul Corriere della Sera, “il doc svela che ha girato cinquantacinque film, più di Rossellini, più di Fellini, più di Antonioni, più di Nanni Moretti, solo per citarne alcuni, che ci sono critici che parlano con entusiasmo di poetica avatiana, che ha coperto ruoli istituzionali molto importanti, che fra i suoi ammiratori ci sono Gian Luca Farinelli, Paolo Conte, Renzo Arbore”.

Aggiornato il 19 marzo 2026 alle ore 19:40