Se il potere è demoniaco, cosa c’è meglio di un presunto demone come il Re Riccardo III d’Inghilterra per gestirlo? Leggendo il dramma shakespeariano si ha l’impressione che l’ultimo re della casata degli York non fosse granché simpatico al suo grande autore, cosicché Maria Paiato, rivestendone il ruolo nello spettacolo omonimo, Riccardo III, ha il compito di portalo in scena al Teatro Argentina (dove resterà in cartellone fino al 15 marzo) scarrocciandolo dalla farsa alla tragedia, con una punta sottile di umanità. Anche perché leggendo le riforme fatte da Riccardo nei suoi due anni di regno (dato che venne incoronato nel luglio 1483 e morì in battaglia nell’agosto 1485), non parrebbe così pazzo e sanguinario come lo si vorrebbe far credere. In questa rappresentazione della malattia (grave) del potere si respira un po’ del paradosso del Comma 22, per cui: “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”. Così funziona un re pazzo che dichiarandosi pazzo chiede (fintamente) di essere esentato dal fare il re. All’apertura di sipario, Maria-Riccardo si fa trovare distesa su di un grande tavolo, sul quale è sospesa una bara chiara per l’intera durata dello spettacolo, in attesa che uno a uno i commensali che prendono parte a un grande Consiglio immaginario del regno, cadano per mano dei sicari del Conte di Gloucester futuro re, portandosi via la sedia sulla quale erano prima seduti, chiaro segno della loro definitiva scomparsa alla pericolosa tavola del potere.

E poi, se si ha prova certa che un grande personaggio abbia eliminato qualcuno per farsi strada, che problema c’è ad addossargliene altri dieci, cento di assassinii che probabilmente non ha mai disposto, o fatto eseguire? E la cosa viene meglio se il demone sanguinario è un po’ deforme (non di nascita ma di crescita, definita scoliosi idiopatica), difetto facilmente dissimulabile con vestiti adatti. Tanto più che Riccardo odiava gli ozi della corte e delle cortigiane, appassionato com’era di comando operativo e di battaglie vere e proprie. E poi, poveretto, c’è da compatirlo: lo odiavano a morte ben due regine, la prima, Margherita d’Angiò (Carlotta Viscovo), specialista in maledizioni (mal imitata dall’altra regina Elisabetta) che puntualmente coglievano nel segno. Lei, moglie di Re Enrico VI, regnante dal 1422 al 1461 e rimesso sul trono nel 1470 con l’aiuto di George Clarence (Emiliano Masala), marito di Isabel Neville, sorella di Anna, che si era schierato contro suo fratello Edoardo IV a favore della famiglia Lancaster e del suocero Richard Neville, conte di Warwick. Il re sconfitto si era dato alla fuga accompagnato dall’altro fedelissimo fratello Riccardo, che lo aveva aiutato a riprendersi il trono appena un anno dopo. Così, nel 1471 Enrico VI viene recluso nella Torre di Londra e poi assassinato (indovinate per ordine di chi?). La seconda, sua cognata, regina Elizabeth Woodville (Francesca Ciocchetti), moglie di Edoardo IV, odiata dal popolo e grande protettrice del proprio clan (tra cui spicca per capacità manovriera Richard Woodville, conte di Rivers, interpretato da Tommaso Cardarelli), a discapito della casata degli York.
Per non farsi mancare nulla, il deforme demone Conte di Gloucester era odiato persino dalla propria madre, Cecilia Neville, Duchessa di York (Giovanna Di Rauso), e ancor di più (bellissimi i dialoghi tra Paita e Anna) dalla sua futura moglie e cugina di primo grado, Anna Neville (Ludovica D’Auria), sposata poi nel 1472 con tanto di licenza papale per la relativa consanguineità. In precedenza, Anna era rimasta vedova a 15 anni dopo la morte in battaglia nel 1471 di Edoardo di Lancaster, figlio unico di Margherita d’Angiò e di Enrico VI, caduto nello scontro finale della Guerra delle due rose (tra le famiglie Lancaster e York) assieme al suocero Richard Neville conte di Warwick, fratello della madre di Riccardo, Cecilia Neville, e noto come il Kingmaker.

Malgrado che tutti loro li avesse fatti fuori la guerra, le due regine e Anna attribuivano la responsabilità del versamento di cotanto nobile sangue al solito Riccardo. Che però, va detto, non si faceva mancare nulla, avendo al suo servizio sicari devoti e fidatissimi (seppur nobili), come i Sir James Tyrell, Richard Ratcliffe (Lorenzo Vio), William Catesby (Riccardo Bocci), Robert Brackenburg e lord Francis Lovell. Abbastanza, come si vede per togliere tutte le sedie scomode dal tavolo: nello spettacolo uno di loro, addirittura, morde una mela mentre accoltella alle spalle uno dei rivali di Riccardo. Maria Paiato veste fin dall’inizio la tunica nera del demone reale, affetto da pronunciata zoppia, che sempre conciona in aspetti colti e subdoli, aspirando l’aria perennemente satura del complotto. In cui si muovono a proprio agio i suoi fedelissimi, come Lord Hastings (Riccardo Bocci), che però viene eliminato perché scettico sull’investitura di Riccardo.
Così come capiterà a Henry Stafford, duca di Buckingham (Giovanni Franzoni), che lo sostiene per l’ascesa al trono, in un memorabile arrangiamento con il sindaco di Londra, dopo che a giugno 1483 il matrimonio tra Edoardo IV ed Elisabetta era stato dichiarato illegittimo, a causa di un pregresso contratto matrimoniale del re tenuto segreto, cosa che aveva fatto perdere ai due giovanissimi eredi al trono ogni diritto di successione, a favore di Riccardo, fratello del re scomparso. Questo perché in passato il Conte di Gloucester, con Edoardo IV ancora in vita, si era premurato di eliminare l’altro fratello che lo precedeva in linea di successione, George di Clarence, marito di Isabella, sorella di Anna, al quale Riccardo aveva giurato affetto e sostegno, quando nel 1478 Clarence fu imprigionato nella Torre di Londra per alto tradimento, dopo un regolare processo. Anche se Riccardo, con una missiva scritta, aveva attribuito la sua morte all’ostilità del clan dei Woodville, per aver scoperto il segreto del precontratto matrimoniale di Edoardo (una promessa vincolante di nozze con Lady Eleanor Talbot), cosa che rendeva nullo il matrimonio con Elizabeth Woodville.
Stafford però gli si rivolta contro quando il conte di Gloucester gli chiede di sopprimere i nipoti, i “fratelli della torre”, ovvero l’erede al trono Edoardo V (di cui Riccardo era il tutore, in quanto nominato Lord protettore dal fratello Edoardo IV), e il suo fratellino Riccardo, relegati nella Torre di Londra. Nell’ottobre 1483, due mesi dopo l’incoronazione di Riccardo, Stafford (giustiziato poi a Salisbury nel novembre 1483 dopo aver perso la sua battaglia) tentò invano di spodestare Riccardo, facendo tornare dall’esilio Enrico Tudor conte di Richmond, al quale Buckingham intendeva far sposare Elisabetta di York, figlia di Edoardo IV e di Elisabetta, sulla quale metterà gli occhi lo stesso Riccardo, una volta rimasto vedovo. Ma due anni dopo fu proprio Enrico Tudor a sconfiggerlo in battaglia ad agosto 1485, mentre il re morente invoca invano con la voce della Paiato: “Il mio regno per un cavallo!”. Bravi, sinceramente, tutti gli attori della compagnia nei ruoli storici loro assegnati.
(*) Le foto sono di Laila Pozzo
Aggiornato il 12 marzo 2026 alle ore 14:06
