Che cosa accadrebbe se potessimo vivere, non già immaginare o dedurre, ma propriamente vivere la vita di un altro? Se il dolore che attanaglia un uomo a Seul e la gioia che pervade una donna a Nairobi potessero irrompere nella nostra esperienza non come racconto, bensì come carne e sangue?
Emanuele Severino, nel percorso speculativo che culmina ne La Gloria (2001), ha affrontato questa questione con un rigore che non concede nulla alla retorica dei buoni sentimenti. Non si tratta di auspicare maggiore empatia, né di edificare unʼetica della compassione: si tratta di mostrare, con la necessità propria del pensiero che non può essere negato, che l’esperienza di ogni io è destinata ad apparire in ogni altro io. La costellazione infinita dei cerchi finiti dellʼapparire, così Severino nomina la pluralità degli io, non è una dispersione irrelata di monadi: è il luogo in cui, attraverso un cammino necessario, ogni separazione viene oltrepassata e ogni esperienza diviene patrimonio comune, senza che la singolarità di ciascuno si dissolva.
Che un simile pensiero trovi risonanza in una serie televisiva potrebbe apparire incongruo. Severino non ha bisogno di illustrazioni narrative. E tuttavia Sense8, creata da Lana e Lilly Wachowski e da J. Michael Straczynski (Netflix, 2015-2018), offre qualcosa che merita attenzione: una rappresentazione che fa apparire, nel registro dellʼimmaginazione, strutture che il pensiero severiniano mostra come necessarie.
Ciò che la filosofia argomenta, lʼarte può far esperire.
Sense8 racconta di otto individui dispersi tra Chicago, San Francisco, Seul, Città del Messico, Berlino, Mumbai, Nairobi e Londra, che scoprono di essere connessi da un legame psichico che trascende ogni distanza. Essi sono sensate, appartenenti alla specie Homo sensorium, capace di condividere esperienze sensoriali, emozioni, memorie. Otto sensate legati dalla medesima nascita psichica formano una cerchia: il dolore di uno diviene il dolore di tutti, la gioia di uno si propaga come unʼonda che nulla può arrestare. “I am also a we”, io sono anche un noi: così la serie enuncia il proprio nucleo più profondo.
Nel lessico severiniano il “cerchio finito dellʼapparire” designa lʼambito in cui lʼessente si manifesta a un io. Ogni io abita un proprio cerchio, e ciascun cerchio è, in prima istanza, distinto dagli altri: la terra (lo scorrere continuo degli eventi) che si manifesta a un io non coincide, sul piano dellʼapparire attuale, con la terra che si manifesta a un altro. Anche in Sense8 la condizione iniziale è la separazione: ciascuno abita il proprio mondo, radicato nella propria città, nella propria lingua. Il poliziotto di Chicago ignora lʼesistenza della farmacista di Mumbai; lʼattore messicano non sa nulla dellʼimprenditrice coreana. Eppure, a un certo punto, questa separazione si infrange: i sensate scoprono di potersi “visitare”, di apparire nel cerchio dellʼaltro, agirvi, esperirne i contenuti. La connessione irrompe come evento che sconvolge e trasfigura.
In Severino la struttura è analoga, ma la temporalità è diversa. La separazione tra i cerchi non è destinata a permanere, perché lʼassenza, in un cerchio, del contenuto che appare negli altri “non può essere un inoltrepassabile” (La Gloria, p. 260). “È necessità che tutto ciò che di più intimo e di più palese, di più triste e di più lieto ha incominciato ad apparire nel cerchio originario [...] incominci anche ad apparire, nel modo congruente e quando giunga il tempo a cui esso è destinato, in ognuno degli infiniti altri cerchi” (La Gloria, p. 263). Tuttavia, questo sopraggiungere non è già accaduto: è una destinazione, un futuro a cui la costellazione dei cerchi è orientata.
La serie delle Wachowski compie dunque unʼoperazione singolare: rappresenta come già avvenuto ciò che per Severino è ancora a venire. I sensate vivono fin da subito la condizione a cui ogni io è destinato; Sense8 anticipa nellʼimmaginazione ciò che il pensiero mostra come necessità futura.
La questione che attraversa il capitolo VI de La Gloria è enunciata sin dal titolo: “Esperire lʼesperienza altrui”. Non si tratta di immaginare ciò che lʼaltro prova, né di inferirlo dai segni, né di provare una commozione simpatetica che rimane pur sempre mia. Si tratta che lʼesperienza altrui sopraggiunga nel mio cerchio e vi sia esperita “in carne ed ossa”, secondo un modo diverso da quello che le compete nel cerchio originario.
In Sense8 questa struttura si manifesta con evidenza che toglie il fiato. Quando Riley rivive il trauma della perdita del marito e del figlio, gli altri membri della cerchia non assistono al suo dolore dallʼesterno: lo esperiscono. Sentono il gelo dellʼIslanda, il terrore del parto solitario, lo strazio della morte. Non è empatia nel senso ordinario: è il sopraggiungere dellʼesperienza altrui nel cerchio di ciascuno. E tuttavia ciascuno la esperisce secondo il proprio modo: Wolfgang la filtra attraverso la propria storia di violenza, Kala attraverso la propria sensibilità spirituale, Sun attraverso la disciplina che le ha insegnato a contenere il dolore. È ciò che Severino chiama il “modo congruente”: “lʼesperienza dellʼesperienza altrui esperisce lʼesperienza altrui in carne ed ossa [...] ma sono esperiti in un contesto diverso da quello che compete loro in quanto appartengono a un altro cerchio” (La Gloria, p. 264).
Vi è un passaggio che condensa con rara intensità il nucleo del discorso severiniano: “‘La mia vita’ è lʼessenza della ‘tua vita’ in quanto appare nel cerchio originario; il ‘tuo dolore’ e il ‘tuo piacere’ sono lʼessenza del ‘mio dolore’ e del ‘mio piacere’ in quanto appare in un cerchio diverso” (La Gloria, p. 241). La tua vita e la mia vita non sono realtà giustapposte: sono individuazioni diverse di una medesima struttura. Ciò che tu sei, lo sono anchʼio, secondo un modo diverso; ciò che io soffro, lo soffri anche tu, in unʼaltra individuazione del medesimo patire.
Questa verità trova in Sense8 una rappresentazione di abbagliante potenza. In una delle scene più celebri, i membri della cerchia si ritrovano connessi mentre ascoltano la medesima canzone. Ciascuno è nel proprio luogo, nella propria solitudine apparente: Lito guida per Città del Messico, Will cammina per Chicago, Sun contempla il cielo di Seul, Kala attraversa le vie di Mumbai. La musica li avvolge, i volti si alternano in un montaggio che abolisce ogni distanza. Non cantano insieme perché si sono accordati: cantano insieme perché sono, in quel momento, una sola esperienza declinata in otto modi. Il canto è simultaneamente mio e tuo, singolare e plurale, individuale e comune.
La bellezza di Sense8 risiede nella capacità di mostrare entrambi i lati della struttura: lʼunità dellʼessenza e la differenza delle individuazioni. Wolfgang porta il peso di una violenza familiare che lo ha indurito; Nomi conosce il dolore della non accettazione; Capheus affronta la povertà con una luminosità che nulla riesce a spegnere; Sun custodisce una forza che esplode solo nel combattimento. Eppure, quando la connessione si attiva, queste differenze non svaniscono ma si intrecciano: la determinazione di Sun sostiene Capheus nel pericolo, la vulnerabilità di Riley apre il cuore di Wolfgang, la gioia di Lito attraversa la malinconia di Will. Nessuno diventa lʼaltro; ciascuno accoglie lʼaltro nel proprio modo di essere.

Ma lʼesperire lʼesperienza altrui non è soltanto condivisione di gioie e competenze: è anche, e forse soprattutto, condivisione del dolore. Severino affronta questo tema con una formula che risuona come un verdetto: “In questo senso si può dire che ‘patisco il dolore che faccio patire’” (La Gloria, p. 254). Non si tratta di un monito morale, di unʼesortazione a considerare le conseguenze delle proprie azioni: si tratta di una necessità ontologica. Lʼessenza del dolore che infliggo allʼaltro è la medesima essenza del dolore che, in unʼaltra individuazione, mi appartiene. Non posso ferire senza ferirmi, non posso infliggere sofferenza senza che quella sofferenza, nella sua struttura essenziale, abiti anche il mio cerchio.
In Sense8 questa verità si manifesta con una forza che scuote. Quando uno dei sensate viene torturato, gli altri ne avvertono lo strazio nei propri corpi: il dolore attraversa la cerchia come una scarica elettrica, contrae i muscoli, mozza il respiro. Non è compassione a distanza, non è solidarietà sentimentale: è patimento condiviso, è carne che soffre perché altra carne soffre. E specularmente, quando Wolfgang aggredisce un nemico con la ferocia che gli è propria, qualcosa di quella violenza rifluisce negli altri, li contamina, li costringe a fare i conti con una brutalità che non hanno scelto, ma che ora li abita. La cerchia non è un rifugio: è uno specchio che restituisce, amplificato, tutto ciò che ciascuno compie.
Severino spinge il pensiero sino alle estreme conseguenze. Nel capitolo VII de La Gloria appare una figura che il linguaggio filosofico raramente osa evocare: il “venerdì santo” della solitudine della terra. È il momento in cui, in ogni cerchio dellʼapparire, sopraggiunge un unico immenso bagliore dove appaiono tutti i dolori e tutti i piaceri, tutte le angosce e tutte le felicità della terra isolata che si dispiega nella costellazione infinita degli altri cerchi” (La Gloria, p. 270). Non un singolo dolore, non una sofferenza circoscritta: la totalità del patire umano che irrompe, in un solo evento, nel cerchio di ogni io. È necessario, scrive Severino, che questo bagliore si manifesti “perché esso, che è il bagliore della solitudine della terra, sia oltrepassato” (La Gloria, p. 270).
Il richiamo al venerdì santo non è casuale. Nel Cristianesimo quel giorno segna il culmine della passione, lʼora in cui il Cristo assume su di sé il dolore del mondo per redimere lʼumanità. Severino riformula questa figura in termini rigorosamente filosofici: non si tratta di un sacrificio volontario compiuto da un Dio incarnato, ma di una necessità strutturale. Ogni io è destinato a sopportare, in un unico evento, lʼintero peso della sofferenza di tutti gli altri io. “Haec oportebit pati hominem et ita intrare in gloriam suam” (La Gloria, p. 287). Il patimento non è accidente da evitare, ma passaggio obbligato.
Sense8 intuisce qualcosa di questa necessità. Nel finale della serie, quando la cerchia si riunisce per affrontare lʼultima battaglia, ciascuno porta con sé non soltanto le proprie ferite, ma le ferite di tutti. Il peso è immenso, quasi insostenibile; eppure è proprio questo peso condiviso a renderli invincibili. La forza non viene dalla rimozione del dolore, ma dalla sua accettazione; non dallʼoblio delle sofferenze altrui, ma dalla loro assunzione. I sensate scoprono ciò che Severino enuncia come verità: che lʼoltrepassamento della solitudine passa attraverso il bagliore tremendo in cui ogni dolore appare, e che solo chi sopporta quel bagliore può accedere alla Gloria.
La Gloria, in Severino, non è beatitudine ultraterrena né premio postumo: è il dispiegamento infinito in cui ogni cerchio finito riconosce la propria appartenenza alla totalità dell’apparire infinito, in cui lʼisolamento tramonta e lʼesperienza di ciascuno diviene, finalmente e compiutamente, patrimonio di tutti. La gioia che accompagna questo dispiegamento non cancella il dolore che lʼha preceduto, ma lo conserva come oltrepassato, come ciò che era necessario attraversare. E Sense8, pur nel registro dellʼimmaginazione, lascia intravedere questo orizzonte: quando i protagonisti, nellʼultima scena, si ritrovano insieme, i loro volti recano le tracce delle battaglie combattute, ma anche la luce di chi ha scoperto che nessun io è solo, che ogni vita è intrecciata a ogni altra vita, che il noi non abolisce lʼio ma lo compie.
Severino non ha bisogno di Sense8, e Sense8 non pretende di essere filosofia. Eppure, lʼincontro tra queste due opere getta luce su entrambe. La serie delle Wachowski permette di vedere, con la potenza propria delle immagini, ciò che il pensiero severiniano dimostra; e il pensiero severiniano consente di comprendere la struttura necessaria di ciò che la serie rappresenta. Insieme, esse ci ricordano che la questione del vivere la vita degli altri non è fantasia né utopia: è il destino stesso dellʼessere, la Gloria a cui ogni io, attraverso il proprio venerdì santo, è chiamato.
Aggiornato il 03 marzo 2026 alle ore 14:19
