“My Fair Lady”, quando la musica educa il cuore

Ci sono film che raccontano una storia, e altri che sembrano educare lo sguardo e l’orecchio. My Fair Lady appartiene a questa seconda famiglia: è un elegante fiaba cinematografica in cui la musica e le parole diventano strumenti di trasformazione. Tratto dal musical ispirato al Pygmalion di George Bernard Shaw, (pubblicato nel 1912), un’opera teatrale ironica e intelligente, incentrata sul potere del linguaggio e sulle barriere sociali, temi che il film trasforma in poesia musicale.  

Il film diretto con grande eleganza da George Cukor è un equilibrio raro tra teatro e cinema, tra parola e canto, tra ironia e sentimento. Londra, elegante e severa di inizio Novecento, diventa una scena raffinata, quasi dipinta, in cui ogni gesto è misurato, ogni movimento dialoga con il ritmo musicale. Al centro della storia ci sono Audrey Hepburn, fragile e luminosa Eliza Doolittle, una fioraia dalla voce ruvida e dallo sguardo limpido, che sogna una vita diversa, senza ancora sapere darle un nome. Guidata dall’insegnamento del professor Higgins (Rex Harrison) mente brillante e cuore disordinato, Elisa impara a parlare “bene”, ma soprattutto a “sentirsi”: ogni sillaba levigata diventa un passo avanti verso la consapevolezza di sé. Tra musica e silenzi, il film racconta con grazia che l’eleganza non è un abito, ma una conquista interiore.                

Le canzoni composte da Frederick Loewe, su testi di Alan Jay Lerner, non sono mai semplici intermezzi. Ogni brano nasce da una necessità narrativa e diventa un ritratto emotivo. La musica osserva, commenta, a volte contraddice i personaggi, come una voce interiore che dice ciò che loro non osano confessare.

Wouldn’t It Be Loverly apre il mondo di Eliza con una melodia apparentemente ingenua: pochi desideri, un riparo dal freddo, un po’ di gentilezza. Ma sotto quella semplicità si nasconde già un sogno di dignità. The Rain in Spain, con il suo ritmo incalzante e gioioso, celebra la conquista della parola come se fosse una danza liberatoria: l’apprendimento diventa festa, la disciplina si trasforma in entusiasmo.

I Could Have Danced All Night è forse il cuore poetico del film: una melodia che si espande, che sembra non voler mai finire, come l’euforia di chi scopre improvvisamente una nuova possibilità di sé. Qui l’orchestrazione si fa morbida, avvolgente, sospesa, e accompagna Eliza in uno dei momenti più puri di felicità cinematografica.

On the Street Where You Live invece trasforma l’attesa amorosa in un canto luminoso, quasi ingenuo, mentre I’ve Grown Accustomed to Her Face rivela, con pudore e misura, un sentimento che nasce contro la volontà stessa del personaggio. Le canzoni di Eliza Doolittle sono state doppiati dalla cantante Marni Nixon, conferendo al personaggio un’estensione vocale da soprano, necessaria per i complessi brani. Solo una piccolissima parte del Wouldn’t Be Loverly, contiene la voce originale di Audrey Hepburn. L’orchestra lavora con estrema raffinatezza: i temi ritornano, si trasformano, maturano insieme alla protagonista. La musica non invade mai la scena, ma la illumina, come una luce che cambia intensità a seconda dell’emozione. È una scrittura musicale colta, elegante, profondamente teatrale, capace però di parlare a tutti.

I costumi e le scenografie firmate da Cecile Beaton, celebre per il suo sguardo aristocratico e teatrale, costruisce un mondo visivo che accompagna e amplifica la metamorfosi di Eliza Doolittle. Vincerà due Premi Oscar nel 1964. Indimenticabile la scena di Ascot, una parata di eleganza quasi astratta, dominata dal bianco e nero, in cui i costumi diventano ironia visivo, commento silenzioso ma tagliente sull’alta società inglese. E poi, il ballo all’ambasciata, vertice lirico dell’intero film, dove l’abito di Eliza sembra sorprendere il tempo: un trionfo di luce, ricamo e grazia, capace di rendere visibile il sogno.

Anche le scenografie, coordinate con la stessa sensibilità estetica, riflettono questo percorso: interni ordinati, salotti geometrici, spazi che si fanno sempre più composti, man mano che Eliza trova la propria voce. Nulla è casuale, tutto risponde a un’idea di bellezza che è anche un racconto morale.

My Fair Lady è in fondo, una riflessione sulla lingua, sull’educazione, sulla classe sociale. Ma soprattutto è una riflessione sul potere della musica: quella forza invisibile che accompagna il cambiamento, lo rende sopportabile, a volte persino gioioso. E quando il film si conclude, resta nell’aria una sensazione precisa: come se una melodia, con infinita gentilezza, avesse fatto ciò che nessuna lezione può fare da sola, insegnarci a riconoscere l’incanto anche quando arriva in punta di piedi.

My Fair Lady resta così un piccolo poema cinematografico, leggero come un valzer, profondo come una domanda che nasce piano e non smette più di risuonare.

Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 15:43