Frederick Wiseman è stato uno dei più importanti registi della storia del cinema. Il regista bostoniano, mancato a 96 anni, con la sua opera ha ridefinito il senso del documentario. “Per quasi sessant’anni – ricordano la sua società di produzione la Zipporah Films e la famiglia – Frederick Wiseman ha creato un corpus di opere senza pari, una documentazione cinematografica di ampio respiro delle istituzioni sociali contemporanee e dell’esperienza umana quotidiana, principalmente negli Stati Uniti e in Francia”. Fra i tanti premi ricevuti dal cineasta, il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia nel 2014 e l’Oscar alla carriera nel 2017. I suoi film, da Titicut Follies (1967) al suo lavoro più recente, Menus-Plaisirs - Les Troisgros (2023), “sono celebrati per la loro complessità, la potenza narrativa e lo sguardo umanista”. Ha prodotto e diretto tutti i suoi 45 film con la Zipporah Films, Inc. Fra i suoi capolavori anche High School, Law and order, Hospital, Manoeuvre, Public Housing, Near Death, Domestic Violence, At Berkeley e National Gallery. Wiseman è stato preceduto nella morte dalla moglie Zipporah Batshaw Wiseman, con cui è stato sposato per 65 anni, scomparsa nel 2021.
Lascia i suoi due figli, David (Jennifer) ed Eric (Kristen Stowell), e tre nipoti, Benjamin, Charlie e Tess, oltre a Karen Konicek, sua amica e collaboratrice, che ha lavorato con Fred per 45 anni”. In occasione del suo Leone d’oro alla carriera, Wiseman aveva spiegato che per lui non c’è differenza fra documentari e opere di finzione: “Mi piace fare film che abbiano una struttura drammatica, che si occupino di aspetti sottili e complessi del comportamento umano. La tecnica è diversa ma il risultato è lo stesso”. Il regista rivendicava anche il suo essere da sempre “un po’ solitario” rispetto all’ambiente del mondo del cinema: “Quando i documentaristi si riuniscono parlano solo di quanto si odino e delle gelosie per chi guadagni di più’, quindi meglio evitare”. In tanti anni di lavoro “non penso di essere cambiato molto, ora giro e monto in digitale, ma la tecnica è la stessa. Non mi piace fare interviste né inserire voci narranti. Voglio che chi guardi abbia la sensazione di essere là. Non dico, come farebbe un narratore, cosa penso, ma metto gli spettatori in condizione di formarsi un’opinione”.
Frederick Wiseman, nato a Boston il primo giorno dell’anno 1930, era un uomo di legge, laureato a Yale nel 1954 e titolare della cattedra all’Università di Boston nel 1958. Cinque anni dopo però lasciava le aule d’insegnamento e quelle forensi per produrre il suo primo film, The Cool World, su una gang afroamericana di Harlem diretto dalla sua amica Shirley Clarke, già premiata tra Cannes e Venezia, fondatrice insieme a Jonas Mekas di uno dei primi collettivi di cinema indipendente contro la legge di Hollywood e le grandi produzioni. Clarke, che portò Wiseman per la prima volta alla Mostra di Venezia nel 1963, aveva in comune con lui l’origine ebrea (sua madre era una ricca ereditiera) e la passione per la danza. Per Fred quell’estrosa artista sperimentale in guerra con le logiche del profitto e la dittatura del cinema di finzione fu maestra e ispiratrice. Così nel 1967 Wiseman decise di imbracciare in prima persona la cinepresa entrando nel manicomio criminale di Bridgewater per Titicut Folies, un’opera che sembra anticipare per forza dirompente Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Comincia da questo titolo la lunga serie di documentari che Wiseman ha dedicato alle istituzioni cardine della società, in primis a quelle americane indagate senza pregiudizi ma anche senza compiacenza. Sotto l’obiettivo del regista passeranno, tra l’altro, la scuola, la polizia, l’ospedale, l’esercito, il tribunale, le basi militari, la biblioteca pubblica. Ma anche il welfare, il mondo della moda, la violenza domestica, il microcosmo di Central Park e, in tempi più recenti, quello del Crazy Horse, della Comédie française, della scuola di ballo o la londinese National Gallery. All’Europa, spesso vista come un mondo più umano dell’amatissima America, Fred Wiseman si è spesso rivolto nell’ultima parte della vita, memore dei due anni passati sotto le armi subito dopo la laurea e di quelli trascorsi a Parigi sul finire degli anni Cinquanta. La sua idea di cinema non è mai cambiata: dare senso narrativo ed emozione alla vita vera, narrata come un romanzo più appassionante della fiction grazie al ritmo drammaturgico costruito al montaggio. “Quello che i francesi chiamano pomposamente cinema vérité non mi ha mai convinto. Chi gira un documentario nasconde sempre un punto di vista e manipola a sua volta la realtà. Io non lo nascondo, mi limito a entrare nella vita altrui con l’umiltà dell’osservatore e poi costruisco la mia storia intorno alle persone che ho scoperto filmandole”. In questo modo Wiseman ci ha dato negli anni uno spettacolare affresco del mondo che le nostre società hanno costruito e ha fatto del suo cinema un potente atto d’accusa contro le storture del sistema contemporaneo. Ma sempre a voce sommessa, con un pizzico d’ironia, un fortissimo richiamo etico e senza mai diventare freddo entomologo della realtà.
Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 17:33
