Trovo, per caso, confezionata, una registrazione della Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven e della Fantasia corale, sempre di Beethoven: incredibilmente non l’avevo mai aperta, né sapevo di averla. E la detengo almeno da 40 anni. La Nona Sinfonia, specialmente, ma pure la Fantasia corale le ho ascoltate in tantissime esecuzioni, molto diverse. Sono curiosissimo di ascoltare queste esecuzioni di Arturo Toscanini, del 1939. Subitaneamente, mi stranisce il modo in cui Toscanini stabilisce la sonorità dell’Orchestra. Toscanini non crea un magma unitario, isola degli strumenti, li scarnifica, li dissocia, o, meglio, li precisa in maniera autonoma, solitaria, non favorendo l’amalgama sonoro dell’insieme, la massa armoniosa, ma il nervosismo, la denudazione, l’animazione particolareggiata.
Mai ascoltato un Beethoven così scheletrizzato, depotenziato di grandiosità fluente. Ma quanto perde in colma sonorità si sposta in rapidità vibrante, dura, aspra asciuttezza, percussioni a martello, tensione muscolare, pugni.Ricordavo il primo tempo come una montagna sonora, misteriosa, forestale, che ti sovrasta incombente. E invece, adesso, agitato, rapido, serpentino, elettrizzato a scatti, con scoppi irrigiditi, nervosismi, ed il tutto come nel deserto, sapete, quando si vede il lampeggio che si fulminea nella nuvolaglia.
Mi crollano decenni di ascolto. Mi apprestavo a riudire la solennità tonante quasi un mondo che avanza e invece questa dispersione sonora ma prosciugata, dove non esiste fonte acquifera. Suoni smembrati nel vuoto. Non si afferra alcunché. Il secondo tempo scorre, scorre nervosamente. Non c’è filo da stringere. Aspetto che ne sarà del tempo ulteriore che ritengo un vertice della creatività. Un tempo fuggitivo, fuga da se stesso, sottrarsi alla realtà o inseguirla, nostalgia, ricordo o desiderio di una felicità non ancora vissuta. Il meravigliosissimo motivo, nella totalità vibrativa corre, avanza, cerca, si inoltra, continua, continua, diventa rapido, troppo rapido volutamente, alla perdizione, non può frenarsi, uno degli uomini più infelici cerca la felicità o soffre di non averla vissuta, anela, insiste, si slancia, carezza amorosamente la vita. Niente, la mano non stringe la felicità. Ahimè, sconfitto!
Ma Beethoven non era Beethoven se non tornava Beethoven. E quando lo slancio si dissolve e la felicità vanisce, che osa Beethoven? Di botto, la voce umana, potente, cambia, sovverte: vuole la gioia. Volontà di vivere sul dolore. La felicità non conosce il dolore. La gioia lo conosce, lo vive, lo sovrasta. Volontà definitiva. L’ultimo tempo, il coro, gli strumenti, il grido cantato, sono intesi da Toscanini anche “filosoficamente”. Ed è filosofia. Toscanini, alla perfezione, trascorre dai momenti incespicati e desolati al trionfo della volontà di amare la vita. Bisogna ridare alla Nona il senso tragico della gioia. Non ricondurla a motivetto. È gioia scatenata. Occorre: per dominare il veleno della vita smorta. E mortale.
Alcuni pensatori del XIX secolo, inizio XX secolo ritenevano che l’arte rendesse gli uomini amanti del bello quindi affezionati alla vita mediante il bello. Una concezione accettabile ma limitata. Il fatto lo presenterei in tal modo. Quando vediamo, ascoltiamo opere stimabili viene il disgusto di quali miseri scopi occupano l’uomo e per quali vani fini lotta. Mentre può creare opere ammirabili o ammirare opere ammirabili. Per tornare alla Nona, la cadenza delle voci, singole e corali, sostenute dalla base orchestrale sembrano colpi di Giove in persona, impeto netto, reciso, taglio di accetta, scultura su roccia lavica. Cittadini della Terra: amate la vita! E l’infelicissimo Ludwig van Beethoven consegnò il testamento. Vivere non senza dolore, ma con i piedi sul dolore e gli occhi con sguardo umano.
Aggiornato il 18 febbraio 2026 alle ore 13:11
