Wagner-Nietzsche-Verdi: 125 anni dopo

È noto che, nella seconda metà dell’Ottocento, vi fu anche in Italia, e direi soprattutto in Italia, una cospicua conversione al wagnerismo. Coloro che restavano fedeli all’opera italiana, addirittura prima del passaggio della scuola napoletana, giacché l’opera lirica l’abbiamo inventata noi, furono disturbati dalla critica a ciò che era l’essenza dell’opera italiana. Il canto, le “arie”, il canto melodico, l’orchestra certamente esisteva, ma da supporto al canto, che primeggiava. Il canto melodico. Insieme ai francesi e ai russi, ci caratterizzava. Ovviamente, non in maniera assoluta. La Germania aveva avuto musicisti sommi nel canto e nelle “arie”. Però nell’insieme, all’ingrosso diciamo, noi italiani eravamo melodici, creativi delle “arie” memorabili.

Nell’opera di Wagner, tutto il contrario. Predominava l’armonia, l’orchestrazione e il canto raro, lungaggini estreme di un canto parlato, mentre rumoreggiava l’orchestra che non forgiava motivi, ma onde, onde sonore, sostanziali, cospicue, significative, però non identificabili in ‘motivi’, flussi più che altro. Wagner aveva modificato la struttura operistica e la riconduceva pressoché ad una forma sinfonica, la musica più del canto. Poi, intendiamoci, venivano espresse “arie” e coaguli musicali identificabili, da strabilio, si aveva l’unità tra canto e orchestra che non era seconda ad alcun altro operista. Certo, valutare un’opera da questo punto di vista, in attesa di questi brani, non è il modo migliore di ascoltare un’opera. Diceva ironicamente Rossini: ci addormentiamo per parecchio tempo e poi ci svegliamo. È così, almeno per un italiano.

Bene precisare. In Wagner, c’è questo flusso oceanico, suoni da ogni parte, avvolgenti, ma troppo insistiti, troppo prolungati e le voci parlano troppo, più che cantare, un parlato cantato che può stancare, è la cosiddetta “musica infinita”. Poi, dopo questa insopportabilità, esplode, letteralmente, una musica che, accennavo, coniuga la melodia cantata con la melodia dell’orchestra. E Wagner diventa tra i massimi compositori della storia della musica. Ma è modo, questo, per valutare un’opera? Per un tedesco questo parlato cantato dovrebbe essere espressivo, o viene ritenuto espressivo. Anche la fluenza ondosa da cui ogni tanto escono voci come da fondali marini, dovrebbe essere apprezzata. E nasce lo scontro con gli italiani, di solito fedeli alle “arie”.

Ascolto il “Rigoletto” verdiano. Effettivamente, l’orchestra non c’è, sembra quasi un accompagnamento chitarristico. Hanno ragione i tedeschi? Mi desolo. Che perfino Verdi risulti deludente, è mortale. Rigoletto parla, anzi canta alla governante della casa, che ne tutela l’amatissima figlia: “Bada, donna questo fior”, e vi è un impeto dolentissimo di padre deforme, umiliato, ha soltanto la figlia come riscatto umano, da occultare qualsiasi riserva sulle “chitarrate” accompagnative di Verdi. Una verità di passioni, che solo il canto oltretutto può manifestare con tale realismo da sgominare la disputa sulle “arie” e sull’orchestrazione. Ecco Verdi: la gamma delle passioni. È un onnicomprensivo manifestatore espressivo di tutti i possibili sentimenti umani.

Violetta scoppia, esplode nella richiesta di amore da parte di Alfredo: “Amami, Alfredo!”, e quando canta gridando “Amami, Alfredo!”, sentiamo a nostra volta che quello è il grido dell’amore. Filippo teme che la consorte non lo ami: “Ella giammai m’amò”, l’ascoltatore, dai suoni, dal motivo, dalle parole ovviamente, sente lo sconforto di Filippo. Quando Radames vuole esaltare l’amore con Aida e canta “Se quel guerriero io fossi...”, volontà per donare alla donna amata in riconoscenza di essere amato, sì, proprio, amando essere amato.... E perfino Macbeth, a sapere la morte della consorte, ha ferita dolorosa appropriata. Otello, dopo aver ucciso l’innocentissima Desdemona, scoprendo l’errore, si strazia al modo confacente.

Verdi ha la capacità di rendere nel canto tutti i sentimenti, tutte le passioni, e l’ascoltatore si appropria di questi sentimenti risentendoli in sé. Si riumanizza.

Si può discutere quanto si vuole, ma finché l’uomo resterà uomo sensibile, queste forme espressive, che sono tipicamente italiane, francesi e russe − dico per sottolineare la specificità rispetto ad altri Paesi, ad esempio i tedeschi, sono irraggiungibili nella musica concettuale −, risuoneranno nell’uomo. Finché l’uomo resterà con una risonanza interiore, Verdi rimarrà negli uomini. È il musicista dei sentimenti, delle passioni, dei personaggi.

Una aggiunta curiosa. Friedrich Nietzsche non gradiva al centesimo Verdi, aveva stimato Wagner per poi disistimarlo con ragioni filosofiche, e si era incapricciato alla selvaggia Carmen, di Georges Bizet, come opera vitalistica. Comunicava a Peter Gast, musicista, e devotissimo a Nietzsche, le opinioni sulle “arie” di Verdi, tanto spregiate. Gast osava dichiarare: ma bisogna averla la capacità di inventarle!

(*) La foto è il ritratto di Giuseppe Verdi, olio su tela, di Giovanni Boldini

Aggiornato il 05 febbraio 2026 alle ore 14:14