Malato Immaginario, come morire da sani

Domanda: si può morire pur essendo perfettamente sani? No, certo: a meno di un incidente, o un omicidio più o meno volontario, premeditato (senz’altro da una moglie che ti odia, se sei ricco e catarroso) o accidentale, magari per mano, pardon, per clistere, dei Dottori Purgoni di turno. I quali, nel caso di specie, se lasciati fare, arriveranno alla fine a lacerare le viscere del povero Argante, il nostro Malato Immaginario” di Molière, la cui ennesima versione in chiave moderna è firmata da Andrea Chiodi.

Lo spettacolo, che ha terminato il 31 gennaio le repliche alla Sala Umberto, sarà prossimamente in tournée a Reggio Emilia e a Ferrara. Attori protagonisti, all’interno di un cast particolarmente armonico e ben preparato, sono Tindaro Granata (un esuberante Argante) e Lucia Lavia, nella parte di un’effervescente, ipercinetica e coinvolgente servetta Tonina. Interessante, in particolare, sono le scene di Guido Buganza, che offrono la chiave interpretativa di una finta mattanza, per mano di una casta di medici tanto arroganti quanto ignoranti, che approfittano di un ricco ipocondriaco per prosciugarlo dei suoi averi. Quindi, sistemato un pianoforte in fondo alla parete di sinistra, con la comune (uscita di scena) su entrambi i lati, ecco troneggiare sul fondo della parete frontale una vasca marattiana di un bianco accecante, con l’inevitabile wc sistemato appena accanto, alla sinistra dello spettatore. E qui, fedele al ritratto di Jacques-Louis David di fine Settecento, al suo interno senza acqua giace, a guisa del celebre nudo del rivoluzionario giacobino assassinato, il povero padrone di casa che, però, non impugna un’esausta penna d’oca, non avendo dinnanzi a sé nessun quaderno di appunti, ma una macchina da scrivere su cui, con fare annoiato e infastidito, prende nota degli onorari dei suoi esosi medici curanti, e delle fatture di pagamento del farmacista, imbussolando compensi fortemente auto-scontati.

Come nel teatro del Bauhaus di Oskar Schlemmer (che aveva sviluppato il suo ballerino mascherato in costume in una “figura d’arte”, che sintetizzava danza, ballo in maschera e musica), così all’apertura della scena, una signora pingue e non più giovanissima (Alessia Spinelli, che interpreta Belinda, la seconda moglie di Argante) accoglie lo spettatore in una mise osé da lupanare per marinai sfigati, con tanto di reggicalze e corpetto aderente a contenere un seno debordante, muovendosi al ralenti con mossette a scatto come le figurine animate di un carillon. E, alzato il sipario, così come nel finale di chiusura, le stesse movenze vengono replicate in base a una coreografia in linea che coinvolge tutti gli attori in scena: femmine mascherate da uomini e viceversa, addobbati nella stessa tenuta discinta dell’anziana dama. Un po’, come dire, un ritorno al passato, quando solo i femminielli castrati potevano interpretare a teatro ruoli femminili. Un po’ anche una parodia dell’ipocrisia e della vuota società cicisbea di Luigi XIV, denunciata in un inserto hors-d’oeuvre da un veemente Argante-Molière, che con una vibrante autodifesa della propria opera denuncia l’ottusità della società dell’epoca, e della corte luigina in generale, a comprendere il significato profondo delle sue commedie. Il che la dice lunga sul messaggio che si intende dare allo spettatore contemporaneo, con questa intelligente rivisitazione della più famosa opera teatrale del Settecento francese.

Il rispetto della trama si coniuga alle nude linee curve di un Argante che di continuo si riveste e si spoglia completamente nudo, durante i momenti topici della commedia, sempre pronto a ingerire dal basso clisteri e rimedi disgustosi, quanto inutili, che medici incompetenti e parolai, armati di un micidiale latinorum, gli impongono di ingerire per una impossibile guarigione, essendo lui perfettamente sano. Tutti sanno che alla fine sarà proprio Tonina, con la complicità del fratello saggio e premuroso di Argante, Beraldo (Angelo Di Genio), a rompere l’incanto del maleficio fatto al suo amato signore e padrone (e sì: perché chi ci ama è capace di battersi con tutte le forze per il nostro bene!), dopo aver messo in campo mille astuzie per salvare Angelica (Emilia Tiburzi), la figlia maggiore di primo letto di Argante, innamorata di Cleante (Nicola Ciaffoni), dalla concupiscenza del suo promesso sposo, autistico sapiente, Dottor Tommaso Diarroico (interpretato da una simpaticissima Ottavia Sanfilippo). Un giovane medico quest’ultimo, scelto per puro opportunismo da Argante, in quanto nipote del suo medico curante, Dottor Purgone, e figlio del Dottor Diarroico (Emanuele Arrigazzi), schiaffeggiatore seriale del povero e innocuo Tommaso.

E tutti assieme, partecipano al duetto di sonetti cantati e assai poco probabili, in cui la coppia di innamorati grida tutta la sua contrarietà a quel matrimonio combinato contro la volontà della promessa sposa. L’idea di simulare la finta lezione di musica tra Angelica e Cleante, che si era nel frattempo sostituito al vero maestro, è stata una trovata geniale di Tonina che si ripeterà da par suo, smascherando con la finta morte di Argante-Marat l’opportunismo e i veleni della perfida Belinda nei confronti sia del marito che delle due figlie di lui, destinate secondo la matrigna al convento, in modo da risultare lei la sola, unica erede delle notevoli ricchezze del suo facoltoso marito. Spettacolo gradevole e interessante, ma forse da suddividere preferibilmente in due atti, anziché uno solo.

Aggiornato il 03 febbraio 2026 alle ore 14:55