Cemento Armato

Mariano De Santis è “Cemento Armato”, nome e cognome, ma anche soprannome del Presidente della Repubblica, interpretato e impersonificato dall’attore Toni Servillo nella nuova opera cinematografica del regista e autore Paolo Sorrentino. Un film da vedere ed osservare senza pregiudizi, né positivi né negativi. A cuore aperto. A mente libera. Ad occhi chiusi, se fosse possibile. “La Grazia” è una storia sulla ricerca della e delle verità, ma soprattutto sul tentativo d’individuare l’amore lì dove si cela o si mostra. Infatti, la storia raccontata dal nostro Premio Oscar, indaga l’amore attraverso una ricerca personale del protagonista, volta a comprendere dove e quando si trovi davvero tale sentimento, che cosa significhi amare, che cosa sia la grazia. Anzi, come si riesca a scovare l’amore tramite un sottile e fragile senso di leggerezza, con un tocco di calma, anche sotto la pioggia torrenziale, nella furia del vento, nello spavento, nell’impotenza, tra le pieghe del silenzio. Per lo stato di grazia, la domanda è: “Di chi sono i nostri giorni?”.

Quella di Sorrentino è una ricerca viva e presente fin dentro ogni minimo dettaglio, nel fumo d’una sigaretta, in una lacrima sospesa nell’aria, in assenza di gravità. Perché la storia è un elogio del dubbio, che va esercitato anche davanti alle pochissime certezze personali e finanche al principio etico dettato dal dogmatismo religioso a cui il Capo dello Stato aderisce in quanto fedele della Chiesa cattolica ed esponente democristiano. Ecco allora che, fin dall’inizio, sotto gli occhi del protagonista, si pone il dilemma del fine vita e della laicità dello Stato, a cui s’intrecciano due richieste per la concessione di due possibili Grazie, per due detenuti con storie diverse eppure simili. Due domande di Grazia che il Presidente della Repubblica deve decidere se concedere oppure no.

Ma la ricerca continua, va oltre, e s’innesta nel rapporto del protagonista con i figli, nel ricordo della moglie scomparsa, nell’antica amicizia, nella curiosità per il nuovo e – appunto – nel dubbio. Nel mettersi in ascolto. Nell’isolarsi. Nell’improvvisa ricerca d’un incontro interstellare o con un uomo in carcere, cioè nel coltivare – nonostante l’incomunicabilità – ogni dialogo con poche circoscritte persone. Addirittura, attraverso un dialogo fatto di silenzi e sguardi, osservazione e ascolto. Soprattutto ascolto. Fino al punto di sentire la necessità di ascoltare sé stessi, la musica delle nuove generazioni, le ragioni degli altri e le più lontane o quelle d’un moderno Pontefice con i capelli “rasta”. Ma di sentirsi sempre, comunque, irrimediabilmente solo. Soltanto la ricerca dell’amore può alleviare la solitudine. Soltanto donando amore si può alleviare la solitudine altrui. Con la leggerezza, la grazia, la bellezza del dubbio. Quindi, si tratta d’una pellicola che sicuramente descrive la solitudine di chi percorre un tale cammino di riflessione all’interno d’un contesto politico che non ha più né tempo né voglia di riflettere e ponderare le scelte perché è un contesto politicante che non si sofferma sulle domande, ma chiede subito risposte, meglio se immediate e conflittuali, date di pancia o dettate da precetti dogmatici, a cominciare dal dogma della giurisprudenza e del diritto, della legge e del codice. Anzi, del Codice.

“La Grazia” è un film che racconta i silenzi e i gesti d’un viaggio interiore, dentro la coscienza e i pensieri del protagonista, del Capo dello Stato, di Mariano De Santis, proprio nel suo semestre bianco, cioè negli ultimi sei mesi del suo mandato, quando il Presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere. Ma tale ricerca di verità o d’amore si trova anche attraverso l’incontro con l’altro, con la figlia Dorotea, con il detenuto in carcere, con la bella e giovane ambasciatrice lituana e con le diverse forme assunte dall’amore all’interno della storia. Eppure, tutto si configura davanti agli occhi dello spettatore allo scopo di offrire, a chi guarda e a chi ascolta, quegli elementi necessari per riconoscere l’amore quando lo si incontra. Oppure, nel riconoscere quando l’amore non c’è. Quando si cela un inganno. Al di là delle carte e dei documenti, delle codifiche e decodifiche, della legge e delle norme giuridiche.

“La Grazia” di Paolo Sorrentino è un film con un profondo sguardo politico, in cui gli elementi politici sono disseminati ovunque: la figlia prediletta del Presidente democristiano si chiama Dorotea, come la corrente interna alla Dc, che si opponeva agli Andreotti e agli Scalfaro. Mariano sembra richiamare il nome di Mariano Rumor, storico esponente della Democrazia Cristiana e, non a caso, uno degli esponenti più autorevoli della corrente dorotea, insieme ad Antonio Segni, Emilio Colombo, Antonio Bisaglia e, seppur con una posizione più dialettica, Aldo Moro.

Nel film, a un certo punto, nella scena del teatro, applaudito dalla platea, qualcuno ringrazia il Presidente per averli salvati da una mossa sconsiderata di un qualche importante leader politico non meglio precisato. E si capisce, allora, come – in quel contesto – nelle settimane precedenti, prima che si entrasse nel semestre bianco, il Capo dello Stato avesse evitato di sciogliere le Camere e, perciò, avesse salvato il Paese dal rischio di un ritorno anticipato alle urne. Con un tentativo coraggioso e istituzionale, insomma, anche se il film non lo racconta, il Presidente della Repubblica aveva consentito al Parlamento di ricomporre una maggioranza di governo e proseguire la legislatura, allo scopo di evitare pericolosi salti nel buio. Quindi, il fatto che la storia si svolga durante il semestre bianco, cioè quando Mariano De Santis, Cemento Armato, non può più sciogliere le Camere, significa presentarlo spogliato del suo principale potere politico, in una condizione di maggiore fragilità e vulnerabilità, eppure di maggiore autenticità e sensibilità. Tale condizione, infatti, lo rende più umano, meno rigido, meno duro, meno “cemento armato”, meno impermeabile ai sentimenti, agli affetti, all'umanità. La Grazia è un atto dumanità. È il contrario del Potere.

Un’ultima domanda: ma perché il Presidente, davanti ai familiari dei detenuti, non si toglie il cappello quando entra nella sala d’attesa del carcere? Perché tale atto di superbia? Perché voler sottolineare una tale distanza e superiorità di ruoli?

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 12:19