Schumann all’Auditorium: una prova di carattere cameristico esemplare

All’Auditorium Parco della Musica di Roma, lo scorso venerdì 30 gennaio, si è svolto il Concerto per pianoforte e orchestra in la minore op. 54 di Robert Schumann, con un’esecuzione di rara densità espressiva, affidata al pianismo già maturo del giovanissimo venticinquenne Lukas Sternath e alla direzione di Daniele Gatti, che ha confermato ancora una volta la sua straordinaria capacità di penetrazione del linguaggio romantico tedesco.

L’incontro tra questi due interpreti, appartenenti a generazioni e percorsi diversi, ha prodotto una lettura tutt’altro che conciliante o decorativa, ma anzi profondamente problematica, nel senso più alto e schumanniano del termine.
Fin dall’attacco orchestrale dell’Allegro affettuoso, Gatti ha scelto un tempo non indulgente, teso ma mai concitato, mettendo in luce la natura dialettica del concerto, più sinfonia concertante che vetrina virtuosistica.

Le frasi degli archi, scolpite con cura quasi cameristica, hanno preparato l’ingresso del pianoforte non come elemento estraneo, bensì come voce interiore che emerge dall’organismo orchestrale.

Sternath ha raccolto questa impostazione con un tocco limpido e controllato, evitando ogni enfasi retorica e privilegiando una cantabilità sobria, trattenuta, che ha dato al celebre tema iniziale una qualità intimistica, quasi confessionale.
Il pianismo di Sternath si è distinto per la chiarezza del disegno e per una gestione del suono di grande intelligenza timbrica. Lontano da ogni compiacimento romantico di maniera, il giovane pianista ha mostrato una sorprendente consapevolezza strutturale, articolando le frasi con precisione architettonica e mantenendo sempre leggibile il dialogo con l’orchestra.

Nei passaggi più virtuosistici, la tecnica è apparsa al servizio del discorso musicale, mai esibita, mai sovraccarica. Inoltre, è stata particolarmente notevole la capacità del giovane prodigio Sternath di variare il peso del suono, passando da pianissimi sospesi a sonorità più dense senza mai perdere controllo o trasparenza.
Mentre Gatti, dal canto suo, ha costruito un equilibrio orchestrale di grande raffinatezza, valorizzando le voci interne e la trama contrappuntistica spesso trascurata in questo concerto. La sua direzione ha evitato sia l’eccesso di pathos sia il rischio di una lettura asciutta, trovando invece una tensione continua, quasi nervosa, che ben riflette l’instabilità emotiva propria dell’universo schumanniano.

Invero, l’orchestra ha risposto con disciplina e sensibilità, in particolare nei dialoghi con il pianoforte, che sono apparsi come veri e propri scambi di pensiero, decisamente molto più che semplici accompagnamenti.
Nel secondo movimento, l’Intermezzo: Andantino grazioso, si è raggiunto uno dei vertici dell’esecuzione.

Qui Sternath ha mostrato una capacità di fraseggio di rara finezza, restituendo la dimensione lirica del movimento con un suono morbido, raccolto, quasi sussurrato.

Invece, Gatti ha assecondato questa intimità con una direzione attentissima ai respiri e alle dinamiche, facendo emergere un clima di sospensione poetica, in cui il tempo sembrava dilatarsi senza mai perdere coerenza formale.

Pertanto, l’interazione tra solista e orchestra ha assunto qui un carattere cameristico esemplare, con un ascolto reciproco che ha dato vita a un tessuto sonoro di grande delicatezza.
Il passaggio senza soluzione di continuità al Finale: Allegro vivace ha segnato un netto cambio di energia, affrontato da entrambi gli interpreti con decisione ma senza frenesia e qui Sternath ha mostrato una vitalità ritmica incisiva, mantenendo sempre saldo il controllo del fraseggio, mentre Gatti ha guidato l’orchestra con gesto fermo, mettendo in evidenza la scrittura danzante e insieme inquieta del movimento.

Il carattere gioioso del finale non è mai scivolato in un’esultanza superficiale, ma ha conservato quella vena di ambiguità emotiva che rende Schumann così moderno e sfuggente.
Nel complesso, l’esecuzione del Concerto op. 54 si è imposta per coerenza interpretativa e profondità di pensiero musicale, con Sternath che si è rivelato un interprete capace di coniugare rigore analitico e sensibilità poetica, mentre Gatti ha confermato il suo ruolo di interprete schumanniano di riferimento, capace di leggere oltre la superficie lirica per cogliere le tensioni interne, le fratture, le zone d’ombra di questa musica.

Il pubblico dell’Auditorium ha accolto la performance con un consenso caloroso e partecipe, riconoscendo in questa serata non solo un’esecuzione di alto livello, ma un vero atto interpretativo, capace di restituire al capolavoro di Schumann tutta la sua complessità emotiva e formale.

Al postutto, anche in questa occasione, il programma concertistico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha dimostrato tutta la sua sensibilità sinfonica nel proporre questo connubio così coeso e di alto profilo interpretativo.

Infatti, si tratta di un’opera alquanto tormentata e complessa nel panorama del romanticismo instabile e intimistico di Robert Schumann, in cui il virtuoso pianismo di Lukas Sternath ha dialogato in modo corale con la direzione suggestiva di Daniele Gatti.

(*) Nella foto il direttore d'orchestra Daniele Gatti e il giovane pianista Lukas Sternath

Aggiornato il 02 febbraio 2026 alle ore 13:07