Mino Maccari e quella volta che Marilyn Monroe raddrizzò la Torre di Pisa

Battute e facezie di un artista irriverente di un tempo che fu

Nella sua bella introduzione a Con irriverenza parlando, Nello Ajello scrive che, prima ancora che ammirazione, le memorie di Mino Maccari suscitano curiosità: “È possibile, ci si chiede, essere presenti per settant’anni nella cultura di un Paese, raccontarne le mode e i regimi, senza ripetersi mai? Mino Maccari ci è riuscito”. Probabilmente, c’è riuscito anche in virtù di una sua caratteristica peculiare, che Ajello gli riconosce, ovvero l’essere “totalmente incapace di sussiego, e autoironico fino al virtuosismo”. La ripetizione, infatti, implica per sua natura una tendenza all’auto-ostentazione, e questa tendenza era tanto estranea a Maccari quanto quella di voler risultare simpatico. Non a caso, dopo aver diretto Il Selvaggio da una stanzina di Colle Val d’Elsa, diresse anche L’antipatico, pretendendo tuttavia, come risulta da qualche lettera, che l’amico Ennio Flaiano gli contendesse tale direzione per cercare d’accrescere il tasso d’antipatia della rivista. Tra i collaboratori del Selvaggio c’erano diversi pittori e tra questi Maccari apprezzava specialmente Ardengo Soffici, Ottone Rosai e Achille Lega. Per la verità con i suoi colleghi artisti non era tenero, e anzi era forse ancor più tagliente che con i politici, sebbene si trattasse di una competizione dall’esito sempre incerto. Tra gli artisti preferiva comunque Ottone Rosai a Giorgio Morandi, la cui pittura era a suo avviso “troppo sorvegliata”.

Tra le facezie più divertenti alcune riguardano proprio lui: “Giorgio Morandi dipinge a Bologna un ritratto della Signora Merlin in forma di bottiglia”; e poi, di rincalzo: “La regina d’Inghilterra invita Giorgio Morandi a Londra per essere ritratta in forma di bottiglia”. Il suo consiglio sull’opera di Giorgio de Chirico e l’astrattismo era però assai più caustico: “Non preoccuparti di capire se il tuo se Chirico è vero o falso: non ha nessuna importanza”; così come il suo suggerimento sulla pittura astratta: “Non comprare quadri astratti: fatteli da te”. Carlo Ludovico Ragghianti, l’illustre critico e storico dell’arte amico di Maccari, gli attribuiva il merito di aver scoperto alcuni tra i massimi pittori italiani contemporanei, come per esempio lo stesso Giorgio Morandi, Carlo Carrà, Ottone Rosai e Filippo de Pisis. Sia come artista sia come critico Maccari fu infatti un anticipatore, dotato di un’inesauribile vocazione ironica e di una sovrana indifferenza verso qualsiasi riconoscimento conquistato al prezzo di rinunciare anche solo a qualche briciola della propria irriverente franchezza. A Roma era solito andare a cena alla Fiaschetteria Beltramme, più nota allora come Cesaretto, in Via della Croce, tra Piazza di Spagna e Piazza Augusto Imperatore. Questa “piccola, modesta, economica, apparentemente anonima trattoria” – come ebbe a definirla Mario Soldati, che ne era un affezionato cliente – era frequentata da politici, artisti, giornalisti, scrittori, attori e registi, ma anche da avventori casuali da tutto il mondo.

Dagli anni Cinquanta all’inizio degli anni Settanta non era infrequente incontrarvi Ennio Flaiano, Federico Fellini e Mino Maccari, che aveva l’abitudine di disegnare sulla tovaglia di carta ritratti e scene conviviali. Alcuni di questi schizzi erano poi lasciati in dotazione all’osteria, mentre altri venivano rapidamente accaparrati dagli amici che sedevano al tavolo con lui. Non ci si mangiava benissimo, ma era una cucina onesta e casalinga, con un buon rapporto qualità-prezzo e, soprattutto, l’atmosfera era molto conviviale. L’oste, Luciano Guerra, subentrato al padre Cesaretto, rimase alla guida della Fiaschetteria fino al 1993. Era solito fermarsi a conversare con i suoi clienti di varia umanità e fino ad allora poteva capitare a chiunque di trovarsi seduto a un tavolo a parlare con lui e con persone di cui aveva letto un libro, visto un film o apprezzato qualche articolo o editoriale. Anche da Cesaretto, Maccari naturalmente non lesinava battute sagaci e lapidarie sentenze, ma in realtà non cessava di produrne senza soluzione di continuità in qualsiasi contesto si trovasse. Molte di queste hanno come protagonisti scrittori o letterati. In un’epoca di frequenti proteste e occupazioni, per esempio questa: “Il poeta surrealista Tommaso Landolfi ha occupato, da solo, tutti i caffè di Firenze”; oppure quest’altra: “Il poeta Salvatore Quasimodo presenta la candidatura al premio Nobel, dimenticandosi di averlo già vinto”.

Altre invece sono costituite da paradossi morali: “Ho già tante colpe per conto mio, che non mi è assolutamente possibile tollerare quelle degli altri”; oppure forniscono preziosi suggerimenti, come i seguenti: “Prima di commettere un peccato, provvedi a pentirtene”; ma soprattutto, “non far capire a nessuno che sei un uomo onesto”, e se proprio non ci riesci, “se proprio non riesci ad essere un ladro, lascia almeno capire che qualcosa rubi anche tu”. Nemmeno in campo sociologico lesinava utili consigli: “fingiti straniero, sarai rispettato”; oppure: “Non voler migliorare il tuo gusto: è già tanto averne uno”. La sempre più diffusa mancanza di gusto in ogni campo era infatti per lui una delle più significative spie che, parafrasando Flaiano, la situazione stava diventando grave, senza essere seria. In qualche misura, tra le concause di questa scarsa serietà doveva esserci anche la situazione in cui vertevano le nostre accademie, come testimonia quest’aneddoto che concerne i loro inveterati costumi: “Dopo vent’anni di paziente appostamento il Prof. X riesce a non far cadere un premio sulla testa di Y allievo di Z che vent’anni prima non premiò un allievo di X: magnifico esempio di attaccamento alla propria scuola”.

Ci sono poi, nel libriccino edito dal Mulino, i puri giochi di surrealtà con personaggi famosi, come questo: “Inopinatamente la Torre di Pisa si raddrizza ed assume una posizione perfettamente verticale. Il Soprintendente provvede alla verifica con apposita bolla di livello. Il popolino lo attribuisce al passaggio nella Piazza dei miracoli della nota attrice Marilyn Monroe, ma i geologi affermano che l’erezione è dovuta ad assestamento interno del sottosuolo, forse in seguito all’incontro di correnti dorotee, morotee e fanfaniane provenienti da diverse scaturigini ma convergenti in una stessa direzione del partito”. La politica era in effetti, con la pittura, l’altro suo piatto forte. Qualche volta i due temi s’intrecciavano: “Non sapendo dipingere, si valeva del colore politico”; oppure: “Chi cerca i giganti trova i nani – morto Picasso ci resta Fanfani”. Ne emerge una visione del mondo che, senza essere lusinghiera per il mondo, non si finge mai scandalizzata, nemmeno di fronte alle reali ambizioni di molti politici: “Voglio dir senza riguardo – che un miliardo – è il mio traguardo”. Sempre a proposito di politici, la figura forse più significativa, quella che domina la sua rassegna, è quella dell’inserito. Occorre guardarsene: “Date un dito all’inserito – piano piano – vuol la mano”. Nell’ultima parte di questo volumetto denso di lazzi e frizzi, di sorrisi e risate ricevute in dono da un artista impenitente e da un fine umorista, ci sono alcune brani tratti dalle molteplici lettere scritte, con il ritmo anche di due al giorno, a Ennio Flaiano. Maccari si prodigava in questa innecessaria attività epistolare (avrebbe comunque incontrato quasi sempre poco dopo Flaiano di persona, in genere a cena) servendosi di carte intestate di fantomatiche società, come la Inchiostri associati, la Pedinamenti e Ricatti, o la Sederconsorzi, e usando spesso pseudonimi non meno surreali, come Teodoro Subisci, Acquafresca Vinopuro, Involontario di guerra. L’incipit di una di queste lettere, che riportiamo a titolo di esempio del loro tono generale, recita come segue: “Gentilissimo Signor Flaiano, mi riferiscono ch’ella è in rapporti col noto caricaturista Mino Maccari e con esso sta per concludere un importante accordo. Per carità si guardi da costui. È persona dalla quale ci si può aspettare tutto. Fuor che del bene”.

In rappresentanza invece dei frammenti dedicati a incontri letterari e amicizie ideali, ci pare di dover segnalare questo esempio di gossip fantastico, che potrebbe essere candidato come un nuovo genere letterario: “Ho incontrato a San Casciano Val di pesa Niccolò Machiavelli che ti ricorda e ti saluta tanto. Sembra che sia in rotta col Guicciardini, ma stando al Giambullari son frottole, messe in giro da quella malalingua di Annibal Caro, forse sobillato da Gaio Fratini”. Pare che tutti gli interessati, cioè tanto gli ideatori quanto le vittime della frottola, una volta venuti a conoscenza che questa stava circolando anche tra altri comuni amici abbiamo avuto un incontro chiarificatore, e che ancora ne stiano ridendo. Come si può capire leggendo questo libro, e come ricorda ancora Nello Ajello nella sua introduzione, in Con irriverenza parlando il sorriso non abbandonava mai Maccari, e nemmeno un uso spregiudicato di quella disinvolta cattiveria che costitutiva un tratto non marginale del suo stile, forse anche perché lo è di ogni stile che abbia qualche tratto distintivo di rilievo. Come infatti pensava Paul Valéry, una delle sue muse, l’ottimismo non consente di scrivere bene, e per non essere ottimisti può rivelarsi utile una certa dose di cattiveria, purché sia divertita e sappia giocare con la propria figura, pubblica e privata, come con il proprio primo e prediletto bersaglio.

(*) Con irriverenza parlando di Mino Maccari, Editore Il Mulino 1993, 136 pagine, 21 euro

Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 17:15