Laocoonte: il dolore trattenuto

Il Laocoonte e i suoi figli è una delle opere più alte dell’arte antica, una scultura che non racconta solo un mito, ma il dramma universale dell’uomo di fronte al destino. Nel marmo teso e vibrante, il gesto diventa parola e il dolore si fa bellezza, trasformando la sofferenza in memoria eterna.

Il Gruppo del Laocoonte non urla. E proprio per questo resta. Un padre e due figli, avvinti dai serpenti, colti nell’istante in cui il dolore è massimo e tuttavia non distrugge la forma. Il corpo è in tensione estrema, il volto contratto, ma la bocca non si apre in un grido disperato. È una sofferenza che resiste a se stessa. Il Laocoonte non chiede compassione, chiede attenzione. E da oltre due secoli, filosofi, scrittori e musicisti hanno imparato a pensare l’arte partendo da questo silenzio.

Quando Gotthold Ephraim Lessing riflette sul Laocoonte, comprende che la sua grandezza non sta nel mostrare tutto, ma nel fermarsi. Per Lessing, l’arte visiva deve scegliere l’istante più significativo, non il più violento. La statua non può raccontare una storia nel tempo: deve concentrare il senso in un solo momento. E il momento scelto dal Laocoonte è quello in cui il dolore è trattenuto, dominato, reso umano. La bellezza, per Lessing, nasce dal limite, non dall’eccesso, ma dalla misura, non dall’urlo, ma dalla tensione che lo precede.

Se Lessing guarda al Laocoonte con l’occhio del critico, Friedrich Schiller lo guarda con l’anima del poeta-filosofo. Per Schiller, il Laocoonte è l’immagine dell’uomo che soffre senza perdere la propria libertà interiore. Il corpo è vinto, ma lo spirito non è annientato. In questa resistenza silenziosa, Schiller riconosce il senso più alto dell’arte: educare l’uomo a restare umano anche nella tempesta. Il Laocoonte non è eroico perché vince è eroico perché non si dissolve nel dolore.

Ed è qui che Franz Schubert entra in scena con naturalezza. Schubert non costruisce cattedrali sonore come Bach, né combatte come Beethoven. Schubert soffre. E ascolta la propria sofferenza senza mascherarla. Come il Laocoonte, la sua musica non invoca, trema. Nei suoi Lieder, nelle sonate tarde, nei quartetti, il dolore è sempre presente, ma non spettacolare. È un dolore intimo, spesso trattenuto, che vive di sospensioni, di esitazioni, di frasi che sembrano spezzarsi prima di trovare una conclusione: Quartetto in re minore La morte e la fanciulla il dolore non urla, ma resta; nella Sonata per pianoforte D.960, il tempo è sospeso, la sofferenza interiorizzata; nel lied Der Doppelgänger, l’uomo guarda se stesso senza difese. Questo è profondamente schilleriano: la forma non nega il dolore, lo accoglie.

Accanto a Schubert, resta imprescindibile Ludwig van Beethoven, non come alternativa, ma come ponte. Beethoven è il momento in cui il dolore diventa coscienza morale. Se Schubert è il Laocoonte che soffre, Beethoven è il Laocoonte che resiste. Le sue ultime sonate e i quartetti tardi mostrano un conflitto che non cerca consolazione facile. Anche qui, come nella scultura antica, il dolore non distrugge la forma: la trasfigura.

Il Laocoonte insegna a Lessing il valore del limite. Insegna a Schiller la dignità nella sofferenza. E trova in Schubert la sua voce musicale più segreta. Tutti parlano dello stesso mistero: come sopportare il dolore senza perdere se stessi. Non con l’urlo, non con l’eccesso ma con una forma che trattiene, ascolta, resiste.

Il Laocoonte non si muove, eppure vibra. Schiller non compone musica, eppure canta l’uomo; Schubert non scolpisce il marmo, eppure modella il silenzio. E in questo dialogo tra pietra, pensiero e suono, impariamo che la vera grandezza dell’arte non sta nel mostrare tutto, ma nel dire l’essenziale.

Aggiornato il 26 gennaio 2026 alle ore 14:53