In ricordo di Nicola Matteucci, a cent’anni dalla nascita

A cento anni dalla nascita (10 gennaio 1926) la prima cosa da dire è che Nicola Matteucci è stato uno dei pochi filosofi della politica capaci di tenere insieme erudizione, chiarezza concettuale e impegno civile. Negli anni in cui l’egemonia culturale marxista diffondeva in Italia categorie fumose riducendo la realtà a stucchevoli slogan urlati, Matteucci rispondeva parlando di libertà dell’individuo, di Stato di diritto, di divisione dei poteri. Studioso del pensiero politico moderno (da Thomas Hobbes a John Locke, da Benjamin Constant ad Alexis de Tocqueville a Max Weber) non ha mai subito “il fascino dell’utopia”, ma è sempre stato attratto dall’analisi del potere nella sua fattualità e dalla riflessione su come definirne i limiti. Il liberalismo per il professore non era una bandiera identitaria né una filosofia consolatoria. Egli considerava il liberalismo una “teoria tragica” nata dalla consapevolezza che “il conflitto politico è ineliminabile e che l’unico progresso possibile risiede nelle regole, nelle garanzie, nei freni posti all’arbitrio”. Docente all’Università di Bologna, Matteucci fu uno dei più autorevoli rappresentanti della cultura politica laica del Secondo dopoguerra.

Attraverso la casa editrice il Mulino, di cui fu cofondatore, e la rivista omonima (ne tenne la direzione per molti anni) contribuì alla crescita di un fecondo laboratorio intellettuale caratterizzato da un rigoroso rifiuto sia dell’ortodossia ideologica che del neutralismo opportunista. Accanto al lavoro accademico, Matteucci si dedicò con passione anche al giornalismo politico. Le sue collaborazioni con Il Giornale di Indro Montanelli non furono meri esercizi divulgativi, ma una estensione naturale della sua battaglia civile. In un panorama giornalistico spesso schiavo delle mode ideologiche del tempo, egli vi irrompe con gli attrezzi della cultura liberale, denunciando con i suoi articoli l’inadeguatezza tanto del conformismo progressista quanto delle scorciatoie populiste. Ed è proprio dalle colonne de Il Giornale che lanciò le sue critiche, tra le più nette e argomentate, nei confronti delle idee e della prassi del movimento del 1968. A differenza della maggioranza del Gotha della cultura italiana, Matteucci non si lasciò mai sedurre dalla “mitologia della contestazione come momento fondativo di una nuova libertà”. Fu, viceversa, uno dei pochi a mettere sul chi vive circa la presenza in quel movimento di una forte componente illiberale. Dietro il linguaggio di un’apparente emancipazione, il filosofo individuò la nascente delegittimazione dello Stato di diritto destinata a produrre (ne vediamo gli effetti ancora oggi) nuove forme di conformismo e, paradossalmente, nuove autorità incontrollate.

“La democrazia liberale – sosteneva – non è il regno della spontaneità, ma della procedura; non elimina il potere, ma lo incardina al mondo delle norme; non promette felicità ma tutela libertà negative, diritti e limiti. Chi distrugge queste mediazioni in nome della purezza finisce sempre per rafforzare il potere che dice di combattere”. In un’epoca che oscilla tra antipolitica e sacralizzazione del potere, tra populismi emotivi e tecnocrazie irresponsabili, la lezione di Nicola Matteucci è più che mai attuale. “La libertà – scriveva – non nasce dal rumore, ma dalle regole; non dalla fede politica ma dal dubbio”. In queste righe è racchiusa la sua preziosa eredità.

(*) Foto tratta dal sito della Fondazione Luigi Einaudi

Aggiornato il 19 gennaio 2026 alle ore 12:51