Ebbene, sì: anche Anton Čechov amava molto il “Teatro di complessità due”, almeno stando a una della sue più famose opere teatrali, Il gabbiano, che ha come protagonista il teatro e i suoi attori. Tanto per intenderci, esistono opere straordinarie di complessità ancora superiore. Ragionando (pirandellianamente) sul “personaggio”, infatti, vediamo che questo vocabolo serve a descrivere gli umani, ma non è esso stesso umano in quanto ente astratto, rappresentando in fondo nella sua a-spazialità e a-temporalità la radice del grafo genealogico (dal primo uomo a oggi), che scende pe’ li rami dal primo degli attori che l’ha interpretato, fino all’ultimo che lo farà al momento dell’estinzione della nostra specie. Così, addirittura, l’opera pirandelliana Sei personaggi in cerca d’autore tende a rappresentare un modello di “Teatro di complessità tre”, in quando il copione, scritto per un teatro qualsiasi, narra di un teatro qualunque con un gruppo di attori alle prove finali, con tanto di regia e cast, e questo è il classico “Teatro di complessità due”. Ma, poi, Luigi Pirandello aggiunge un’ulteriore complessità: quella dei personaggi, che di per sé sono ancora teatro all’interno di un teatro “narrato” che a sua volta è dentro un altro teatro fisico. Ora, Il gabbiano di Filippo Dini (in scena al Teatro Argentina di Roma fino al 18 gennaio) in quale dimensione sta? Intanto, si tratta di una specie di “pas d’arme”, in cui a sfidare sono regista e autore, mentre lo sfidato è nientedimeno che il fantasma della creatività, che puoi trafiggere milioni di volte ma mai uccidere, come invano tenta di fare il povero Kostantin Gavrilovič Treplev (Giovanni Drago) alla sua prima prova di regia. Lui, figlio privo di talento dell’attrice di successo Irina Nikolaevna Arkadina (Giuliana De Sio), a sua volta compagna e amante di un noto scrittore Boris Aleskseevič Trigorin (un superlativo Filippo Dini), è il protagonista del dramma, innamorato non corrisposto di Nina.
Qui, è proprio il teatro narrato, oggetto-soggetto del copione stesso, a mettere in scena il duello cavalleresco, in cui a perdere sarà l’attore protagonista, mentre vincerà il pessimismo cecoviano. Per sottrarsi alla tagliola della complessità, Dini rompe tutti gli schemi classici, soprattutto nella prima parte, ricorrendo alla consumata arte del caos apparente. Facendo allegra violenza alla Quarta parete, i primi due personaggi entrano in scena generando confusione e torcicolli nella platea, costretta a seguire con ardue rotazioni del busto le scorribande degli attori nei corridoi centrali e laterali. Così Semen Semenovič Medvedenko (Edoardo Sorgente) si improvvisa cantante, innamorato a senso unico di Maša (Enrica Cortese), che si fa trovare con le gambe allungate sul palcoscenico, palesemente disgustata da quelle sue attenzioni plateali, mentre Nina (Virginia Campolucci) a un certo punto delle scene iniziali risale i gradini del proscenio vestita di tuta ignifuga. Come per dire: attenti che in quest’opera ci si scotta! Mentre la marziana recita la sua parte alla presenza delle altre figure attoriali al completo, il suo volto è magnificato cento volte, venendo proiettato su di un ampio telo biancastro che scende dal soffitto, come una grande ala spezzata di gabbiano. Come dire: Dio è quell’essere straziato e dall’alto vi vede e giudica! Tutto intorno, e per l’intera altezza dello sfondo, pannelli translucenti sistemati sulle tre pareti compongono nella parte superiore l’inquietante mosaico di un cielo costantemente cupo e rannuvolato, che non promette nulla di buono. Il caos è generato e assistito nella sua combustione permanente dal movimento incessante di attori, sempre molto energetici, ipercinetici e con i toni della recitazione costantemente sopra le righe. Come se, oltre le parole e i loro significati, si volesse incuneare un suono, una percussione vocale perenne che fa pensare a qualcosa di primitivo, al richiamo della foresta di umani troppo acculturati per partorire la creatività necessaria a plasmare un nuovo mondo. Si capisce che ognuno, dietro quelle grida, quel maltrattarsi a vicenda, fino a far male a una creatura innocente e innocua, come può esserlo un gabbiano di passaggio, ha dentro di sé, costantemente, qualcosa che vuol dire, ma non sa dire e il dolore suo lo fa patire agli altri.

Così, la terza dimensione della complessità non più pirandelliana è costituita dall’oscenità degli affetti, continuamente sgambettata dal complesso edipico madre-figlio, con lui che tenta di mettere in scena lei, autopunendosi poi con un primo goffo tentativo di suicidio a causa del suo insuccesso. Konstatin, che per ferirsi meglio si innamora della donna sbagliata, Nina, a sua volta prigioniera di una famiglia dismorfica, trovando poi vera ispirazione come scrittore durante gli anni in cui si macera nello struggimento per l’assenza di lei, spiata e inseguita di nascosto nei teatri di terz’ordine. Curatore del caos e dei suoi malanni, amministratore di unguenti e aspirine, con tanta valeriana (visto che i personaggi in causa ne hanno veramente bisogno), sciupafemmine di grande successo che se la intende da anni con la moglie frustrata del fattore, è Evgeneij Sergeevič Dorn (Fulvio Pepe), il medico curante del fratello di Irina, Petr Nikolaevič Sorin (Valerio Mazzucato), il tenutario della bella casa di campagna antistante a un piccolo lago, costretto a spendere tutta la sua magra rendita per il mantenimento della proprietà della sorella: l’unico che possiede la vera umanità di chi si avvia alla fine del suo cammino di vita aprendo il cuore all’avventura dei più giovani.
Anche qui, come in molte opere russe, c’è Il’ja Afanas’evič Šamraev (Gennaro Di Biase), il fattore che si ingrassa e che maltratta sua moglie Polina Andreevna (Angelica Leo), con una figlia Maša (Enrica Cortese è poi bravissima con il suo inserto musicale), data in sposa a Semen, un maestro squattrinato, che ragiona come un contabile ossessionato dalle truffe. E, poi, c’è Lui, Boris: il signor demonio travestito da scrittore di successo che agisce come un vampiro opportunista, facendo innamorare perdutamente di sé Nina, per poi abbandonarla dopo averle dato un figlio morto prematuramente, condannandola così a un’esistenza di attrice girovaga di terzo ordine, con la vita distrutta. Ed è Nina ad apparire nel finale proprio come il Fantasma, per aver regalato la creatività della scrittura a Kostantin, che rinuncerà a quel dono, togliendosi la vita per amore suo.
(*) Le foto sono di Serena Pea
Aggiornato il 15 gennaio 2026 alle ore 11:18
